C’è un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che la verità qual è insegnata dalla vita.
SchillerSpesso si è portati a considerare
la fiaba come qualcosa di anacronistico, di distante e comunque solo adatto ad un pubblico di bambini. Perchè, allora, la tradizione orale aveva, fin dall’antichità, come primi referenti non i bambini ma gli adolescenti, e perchè i libri più famosi di fiabe da
Perrault ai
Grimm si rivolgevano a un pubblico adulto di cortigiani o di intellettuali, e perché tanti balletti, non solo ottocenteschi, hanno derivazioni o modularità di tipo fiabesco? Non erano certo i bambini che andavano nei palchi del Marijnsky ad assistere alla prima della
Bella addormentata nel bosco. Si potrebbe pensare semplicemente alla scelta delle fiabe come intrattenimento, divertissement piacevole, svago, componenti sicuramente presenti, ma bisogna andare oltre ed analizzare la fortuna della fiaba come narrazione. Se c’è una forma culturale al mondo con cui tutti gli esseri umani da sempre hanno avuto e hanno una qualche familiarità, una forma culturale che può sembrare semplice, ingenua, di immediata comprensione, questa è la fiaba.
Tuttavia è necessario fare i conti con l’assoluta complessità del genere forse più trascurato, bistrattato e, comunque, confusamente compreso non solo della storia della letteratura, ma più in generale della cultura umana di tutti i tempi.
La fiaba può essere preziosa se si riesce a coglierla, studiandola, nella sua vera natura. Allora si scopre che è proprio essa, apparentemente innocua, la forma letteraria più sottilmente critica rispetto alla realtà, che si sia rivelata capace di sopravvivere con tanto successo nel corso delle generazioni, dei secoli e dei millenni nelle varie società umane.
La fiaba parla di noi: di come siamo e di come potremmo essere, soprattutto in quanto singoli individui, ma anche in quanto società. In questa società fiabesca i rapporti tra le persone continuano a non essere visti come dati, a non essere accettati come tali, perché altri modi, altre possibilità, sviluppi inediti e alternative audaci continuano a essere immaginati e rappresentati.
Vengono narrati problemi e conflitti sia individuali (rapporti con i genitori, i fratelli, l’altro sesso) sia sociali, riguardanti cioè la possibilità di realizzare, rispetto a quello vigente, un mondo migliore, più giusto, più democratico (nessuna classe sociale è esclusa,
Cenerentola può sposare un principe), più capace di lasciare i singoli individui liberi di esprimere creativamente se stessi al di là di schemi sempre troppo rigidi e liberi di prendere attivamente in mano la propria vita, o proprio quel destino che sembrava così avverso. In questo senso è fondamentale il contributo dato dalla psicanalisi nella interpretazione di molti motivi nascosti all’interno delle fiabe.

Di origine antichissima, la fiaba affonda come il mito alle origini della nostra storia e si ricollega a quei riti di iniziazione fondamentali nelle società primitive per il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Come in questi riti, così l’eroe deve superare delle prove difficili e avversità che sono specchio dell’avversità della vita (la morte di un genitore, il rapporto conflittuale con matrigna e sorellastre, il non potersi sottrarre al proprio destino, etc.). La fiaba, per le sue caratteristiche, ha continuato nel tempo a proiettare immagini di un mondo in qualche modo utopico, nel quale gli esseri umani, specie se piccoli, emarginati e umili, ottengono un qualche riscatto, stimolando così gli ascoltatori a riprendere in mano la speranza di poter determinare autonomamente il proprio destino.
Ma questo sfondo utopico non deve trarre in inganno, e non deve essere letto come qualcosa di distante: la fiaba parla della lotta contro le gravi difficoltà della vita, della lotta contro i soprusi, e fornisce un messaggio importantissimo non solo per il bambino ma anche per l’adulto: soltanto chi non scappa impaurito ma affronta risolutamente le difficoltà può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso. Si configura come narrazione ad altissima valenza morale: in quanto sono le qualità umane ad essere ricompensate. La favolistica tradizionale, poi incanalata in forme diverse, tra cui la danza, riveste, quindi, un ruolo di grande importanza “quale forma artistica vitale per la maggior parte dell’umanità e quale base di tutta la narrativa letteraria” (Vladimir Propp).
La fortuna poi delle fiabe nel balletto è spiegabile, grazie alla grande caratterizzazione dei personaggi (pensiamo alle figure del principe, della strega, della matrigna), a un intreccio lineare, e alla grande narratività della storia.
Spesso il balletto ottocentesco ha attinto dalla tradizione popolare idee, leggende e molto altro: basti pensare alla figura della
Sylphide, o delle
Willi in
Giselle, o ancora il tema del morto che ritorna a dialogare con i vivi (
Giselle,
Bayadere); o della figura della donna-cigno (già presente nella letteratura classica, e in moltissime fiabe russe); o, nel Novecento dell'
Uccello di Fuoco. Fino ad arrivare alla
Bella addormentata nel bosco e a
Cenerentola.
La
Bella addomentata sembra distaccarsi, a una prima lettura, dal percorso che abbiamo tracciato di superamento di un ostacolo (di prove vere e proprie non c’è traccia), di elevazione sociale (la principessa sposa il principe), di presa nelle proprie mani del destino (
Aurora si addormenta, e con lei il regno). Fiaba notissima e di grande fortuna, narrata dal
Basile, da
Perrault e dai
Grimm narra di un periodo di grandi cambiamenti e di grandi rivoluzioni: il passaggio dalla infanzia all’adolescenza. Il re cerca in tutti i modi di evitare la maledizione, cioè la fatale effusione di sangue, simbolo della prima mestruazione, data dall’ago.

Tuttavia il destino, o per meglio dire la crescita, non può essere in alcun modo evitata, e infatti arriverà durante la festa di compleanno dei sedici anni, quando vengono presentati ad
Aurora i pretendenti, (primo e prematuro confronto con la sessualità). I genitori non possono proteggere i figli dalle varie crisi dovute alla crescita, al diventare altro da sé, che ogni essere umano deve attraversare. Sarà il sonno, simbolicamente, a portare alla maturazione
Aurora, e non il superare delle prove, e sarà il bacio, iniziazione all’atto sessuale, a svegliare la principessa e tutto il regno. Questa fiaba insegna ad affrontare la sessualità, senza fretta e non secondo le imposizioni della società, ma secondo le esigenze di ognuno di noi.
In realtà, quindi, la maledizione di
Carabosse si trasforma in una benedizione, mezzo attraverso cui
Aurora diventa grande: così si spiega come in alcune versioni del balletto
Carabosse sia perdonata e partecipi al gran ballo finale delle nozze.
Cenerentola è forse la fiaba più famosa, più amata, apparentemente semplice e melensa, custodisce in realtà significati profondi e inaspettati. Come sottolinea Bruno Bettelheim, questa fiaba è il paradigma delle rivalità fraterne così comuni tra i bambini, e dell’elaborazione di un lutto (quello materno) con la sostituzione di altre figure femminili: la matrigna e la madrina. Una narrazione che ruota tutto intorno alla femminilità: il focolare è da sempre considerato il simbolo della casa e della donna-madre, custode dell’ambiente familiare e del cibo che dà nutrimento, vita e amore (non a caso nella versione di
Ashton l’immagine della madre sarà custodita sul focolare).
Il legame con la cenere, ora associato alla sporcizia e a una condizione servile, era in realtà molto importante nei popoli antichi: era una vestale bambina, vergine e pura, che doveva custodire il fuoco sacro dei Numi latini, e la cenere veniva considerata purificatrice, tanto che in molte religioni viene ancora oggi usata per le abluzioni che precedono la preghiera. Il legame con il lutto è altrettanto antico e importante: nell’
Odissea si narra la pratica di sedersi tra le ceneri del defunto come atto di cordoglio, e non si deve dimenticare la forza simbolica dell’espressione biblica
cenere alla cenere. Tuttavia è
Perrault che designa col “vivere in mezzo alla cenere” una condizione di inferiorità e di servitù, in particolare rispetto ai fratelli. Nella cultura germanica dover vivere tra le ceneri poteva già essere simbolo non solo di degradazione, ma anche di forti rivalità fraterne: Martin Lutero, nei suoi
Detti conviviali chiama Abele “Aschenbrudel” (Cenerentolo) in relazione al fratello Caino, mentre nei sermoni userà lo stesso termine per indicare Esaù rispetto al fratello Giacobbe.
La rivalità fraterna nella fiaba non può essere risolta subito: per anni
Cenerentola dovrà subire i maltrattamenti e le umiliazioni delle sorelle, ma questo periodo di sofferenza (comune ad ogni bambino) sarà ripagato. Il premio, come in molte fiabe, è il matrimonio, simbolo della maturazione sessuale (raffigurata dalla scarpetta) e del riconoscimento dell’io nonostante il mascheramento imposto dalla società (l’abito di stracci che si trasforma in un abito magnifico).
Il bambino impara da questa fiaba che per conquistare il suo “regno”, la sua posizione all’interno del microcosmo familiare come nel macrocosmo del mondo, deve essere disposto a vivere per un certo periodo da “Cenerentola”, non solo nelle sofferenze ma anche nell’operosità, e nella realizzazione personale anche se non incoraggiata da altri.
Spesso le numerose versioni dei balletti derivate da una stessa fiaba possono apparire “traditrici” della fiaba stessa. Tuttavia si inseriscono a pieno titolo nella modularità della tradizione orale, e alla sua grandissima capacità di reinventarsi, di variare, di rendere attuale motivi come abbiamo visto antichissimi.
Nureyev, ambientando la sua
Cenerentola ad Hollywood e inserendo il divo, il produttore, etc, ha fatto la stessa operazione di
Perrault, che ambienta la favola a corte ed inserisce i personaggi, per esempio, dei lacchè. La grande ricchezza del materiale favolistico sta proprio in questo: nella possibilità di creare con la fantasia mondi, situazioni diverse, pur raccontando la stessa storia e veicolando gli stessi significati profondi. Così come la ricchezza del balletto sta nel poter veicolare una stessa storia secondo angolazioni diversissime, pensiamo alla
Giselle di
Mats Ek rispetto a quella “tradizionale”, o al
Lago di Bourne. Come ogni grande narratore deve parlare al suo pubblico e cambiare a seconda di esso, così anche i coreografi narrano attraverso la danza inquietudini, disagi, speranze o disillusioni in cui il pubblico si possa identificare.
Per approfondire queste tematiche e per capire meglio il legame con il balletto si consiglia la lettura dell’articolo
Dal vernacolo napoletano a Tchaikovsky, Petipa, Prokofiev.
Bibliografia:
V. Propp, Morfologia della fiaba, Einaudi, 1966
V. Propp, La fiaba russa, Einaudi, 1990
S. Thompson, La fiaba nella tradizione popolare, Il Saggiatore, 1994
B. Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli, 2001
Immagini:
1- Illustrazione di Gustave Dorè per Cenerentola
2- Una Fata nella Bella addormentata nel bosco, prima versione su musica di Tchaikovsky, Marijnsky 1890
3- Margot Fonteyn nella Bella addormentata nel bosco