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articolo: 7 dicembre 2004: un tuffo nella Milano illuminista e un palcoscenico come spettacolo


E’ rosso cupo il modellino del Teatro alla Scala eretto nel centro dell’ottagono, in Galleria a Milano. Ospita i maxischermi che diffonderanno lo spettacolo inaugurale del teatro e un orologio per contare fra quanti minuti potremo accertarci che l’amatissima sala del Piermarini nulla abbia perso del suo fascino.

Ritroveremo un teatro ancora più bello grazie al magistrale restauro che ha restituito dettagli originali in linea con l'interesse scientifico, tipicamente illuminista, per la litologia. La diffusa passione aveva suggerito al Piermarini pavimenti in seminato veneziano, zoccolature in marmi venati di bianco, modanature in porfido lungo le scale, pavimenti in beola, intarsi in marmo bianchissimo. Tutto questo ora ci viene ridato assieme agli originali marmi giallo-ocra apparsi scrostando le pareti dei palchi e dei corridoi. Lo stesso giallo intenso, detto giallo-Milano, col quale i milanesi amavano tinteggiare le facciate delle loro case quasi a portarvi un sole negato.

Sulla scena è proposta L’Europa Riconosciuta in un’ambientazione non priva di fascino, ma sconcertante. L’idea base che ha guidato il regista Ronconi e lo scenografo-costumista Pizzi è inaspettata, funzionale all’occasione, non all’opera di Salieri: utilizzare la messinscena per mostrarci il tanto discusso palcoscenico e l’attività frenetica che generalmente avviene dietro le quinte.

Un fulmine seguito da un tuono apre l’ouvertoure e mentre i futuri naufraghi sono già disposti in scena secondo schemi bellissimi che paiono mimare le figurine di un’acquaforte di Piranesi, sul palcoscenico avanza un’enorme nave. Tutto, però, è lasciato a vista: la massa nera del vascello si stacca sul grigio del muro del retropalco.

Alla prima del 1778 entrarono in scena 36 cavalli in carne ed ossa; l’effetto è citato dall’ingresso di cavalieri in rosso su cavalli grigi in grandezza naturale, più saggiamente di cartapesta. Anche questo momento di alta spettacolarità è accompagnato dall’idea di evidenziare la macchina teatrale: i macchinisti che trascinano il manipolo dei cavalieri sono ben in vista, vestiti di nero, con l’identità annullata da un passamontagna (nero, che altro?) che un po’ fa pensare a Mission Impossible.

Continua l’omaggio all’eccezionalità della circostanza coi fondalini a specchio che riflettono artisti in procinto di entrare in scena, tecnici e, naturalmente, la sala restaurata.

Il finale è dedicato alla vecchia Scala: tre o quattro file delle poltrone di platea rimosse col restauro sono calate dall’alto sul palcoscenico nuovo di zecca. Vengono occupate dai coristi in abito da sera, improbabile pubblico che si gode, come rappresentazione, la sala restaurata.

Le immagini più legate all’opera sono giocate su elementi macroscopici costruiti che, come detto, lasciano a vista il backstage. A quelli citati si aggiunge, ad esempio, una prigione gigantesca attraversata da un praticabile paurosamente inclinato, retto da torri enormi. Parrebbero anch’esse uscite da un’architettura delle carceri piranesiane se non consistessero di sottili tubolari di metallo dipinto in grigio.
Davanti a uno sparuto gruppetto di alberelli, nel palcoscenico si apre una voragine. E' forse un altro rimando al restauro? A ciò che era rimasto dal boccascena in poi dopo i lavori di demolizione? Questa volta pare di no: l'apertura è necessaria a far uscire un gigantesco muro nero con nicchia a uovo di Pasqua incorporata. Credo sia un tempio.

Tutto è elegantissimo, tutto sofisticatissimo -un po' meno i guerrieri che, al posto dell'elmo, si sono cacciati in testa un casco da motociclista-, ma la raffinatezza è così rarefatta che produce una sensazione di gelo. Basti dire che nella prima scena, quella della nave nera e retropalco grigio, molti costumi rimandano a tuniche greche in una scala variata di grigi, altri sono neri e quelli dei naufraghi si differenziano dai precedenti per una vena di azzurro smorto aggiunta alla base –indovinate?- grigia. In altre scene ci sono anche tocchi di colore puro: dal rosso vivo a un giallo-arancio-oro di un incredibile abito da sera anni 30. Bellissime le pose plastiche assunte nel corso dello spettacolo da cantanti, ballerini, figuranti.

Le idee ci sono e tante, molte di forte impatto teatrale, quasi tutte così originali da rasentare la stravaganza. Che siano anche belle, me ne deve convincere il pubblico le settimane a venire, ma credo che l'impresa non sarà facile.

Dopo il restauro, la sorpresa più piacevole è la scelta del maestro Muti di una musica di qualità, soprattutto nel secondo atto. La serata ha il sapore di una citazione neoclassica e ci sentiamo un po’ tutti Stendhal approdati all’amatissimo teatro dopo un viaggio faticoso, per noi durato quasi tre anni. Il soggetto dell’opera è mitologico, in aderenza ai gusti del neoclassicismo. La musica di Salieri è colta e priva di quegli elementi nordici che preludono al tormento tutto di testa dell’uomo romantico; anzi le melodie rivelano una solarità mediterranea.

La vocalità era stata ritagliata sulle eccezionali capacità del cast originale: due sopranisti ai quali è richiesto un canto sobrio, ma non privo di quelle fioriture che all’epoca erano il mezzo per significare i sentimenti più affettuosi; due soprani impegnati in trilli, sovracuti e una ricca coloritura; un tenore di tutto rispetto, anche se, all’epoca, non era ancora voce cui affidare le primissime parti.

Insomma, se l’Europa riconosciuta è presto scomparsa dalle scene una delle ragioni è certo la difficoltà a trovare un cast che regga virtuosismi spericolati. Difficoltà egregiamente superata dal maestro Muti che ha proposto cantanti di grande bravura, ove naturalmente due soprani sostituivano i castrati.

L’opera e’ infarcita di recitativi sterminati, che oggi si sopportano solo in attesa delle consuete grandi arie. Queste sono bellissime e ricche di colori, ma poche e concentrate nel secondo atto. Il primo, musicalmente meno interessante, prende linfa vitale soltanto sul finale grazie all'idea geniale del maestro Muti di ricordare la consuetudine, durata fino a tempi abbastanza recenti, di intercalare gli atti dell’opera nuova con balli nuovi.
Alla fine del primo atto il maestro ha alluso alla vecchia impaginazione di una serata inserendo quindici minuti di ballabili realizzati cucendo anche pagine di danza dello stesso Salieri.

L’atmosfera si fa più leggera, calano quinte in bianco e nero, ma disegnatissime, che, nel tagliar fuori il retropalco, ci riportano in un teatro dalla parte del pubblico. Ecco le ballerine in oro e un paio in argento con costumi che, muniti di paniers, rimandano a quelli del secondo settecento. Anche i maschi vestono un gonnellino a metà tra un costume à la romaine e un tonnelet. Non manca l’elmo piumato che cita l’Alessandro del Le Brun.
Poi, con la variazione di Bolle, il teatro esplode. Finalmente un giusto motivo per rilasciare tutte le tensioni della serata. Poi Ferri, poi il passo a due, altro trionfo. Ora sì che il pubblico è caldo e caloroso, per la spettacolarità delle due étoiles, non certo per le modeste coreografie. Lo aspetta un secondo atto in cui si accumulano arie bellissime cantate in modo stupefacente. Bolle e Ferri hanno dato il via al successo e alla voglia di successo. I cantanti, le arie di grande qualità e il maestro Muti lo hanno compiuto.

Per quanto detto non credo che questo spettacolo avrà lunga vita, ritagliato com’è sulla particolarità della serata. Ma, per festeggiare questa vittoria di Milano, va benissimo così.

(Immagini della prova generale de L'Europa riconosciuta
- Alessandra Ferri e Roberto Bolle (Ap)
- la piattaforma di cavalli e cavalieri (Ap)
- una delle possibilità offerte dal nuovo
palcoscenico (Ansa),
da corriere.it)



ID=167
7/12/2004
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook





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