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articolo: La danza nella letteratura italiana. Dalle origini a Dante


Nello studio sulla diffusione di un’arte come quella della danza nella cultura italiana, può risultare utile inoltrarsi in un viaggio all’interno della letteratura italiana, partendo dalle origini.
Tracciando itinerari tra gli scrittori più importanti e significativi della nostra letteratura si può mettere in luce il ruolo del ballo all’interno di scenari storici in continuo mutamento, la sua affermazione come arte indipendente, e la nascita di termini affini che designano gli esecutori (ballerino, danzatore).
Nel comporre questa storia di un’arte come storia delle parole si rileveranno principalmente le attestazioni dei due vocaboli danza e ballo, e dei loro derivati siano essi verbali (come danzare/ballare), sostantivali (come balletto, danzatore, ballerino), ancora in uso ma con significato diverso (come ballonzolare) o estinti (come ballatrice).
Questo primo articolo delinea le linee della letteratura delle origini fino a Dante.


Le origini

Nelle origini della letteratura italiana si fronteggiano varie scuole: quella siciliana (amorosa, per es. di Giacomo da Lentini), quella toscana (politica e mistica, per es. di Guittone d’Arezzo), quella comico realistica (di Cecco Angiolieri) e quella del dolce stil novo (amorosa, per es. di Guido Cavalcanti). Siamo in pieno 1200: le corti dei vari signori e i comuni diventano importantissimi centri di vita culturale. E’ d’uso indire magnifiche feste che esaltino la grandezza dei potenti locali e la danza ricopre una funzione sociale molto rilevante.


L’esempio di riferimento per la letteratura è quella dei trovatori provenzali, che a causa di guerre di religione in Provenza (la crociata contro gli albigesi), si riversano sul suolo italiano portando i frutti dalla loro tradizione.

La lirica provenzale si basava essenzialmente sull’unione di parole e musica, e non di rado anche di danza. Uno dei metri più importanti è la ballata o canzone a ballo, formata da più stanze (strofe) e da un refrain (ritornello), a cui si accompagnava una danza. In pratica il ballo iniziava, formato un cerchio, cantando il ritornello, a cui seguiva un giro intero di danza, a questo punto si cantava la stanza (formata da due mutazioni e una volta): si compiva mezzo giro in un senso (prima mutazione), quindi nell’altro (seconda mutazione) e un giro intero (volta) e a questo punto si ricominciava col ritornello (Barbi) e con un nuovo giro.

Partendo dalla analisi dell’origine delle parole danza/ballo, già illustrata nella curiosità Parole in ballo, si può subito fare, nella letteratura delle origini, una distinzione interessante tra questi due vocaboli che comunemente si considerano sinonimi: ballo (e i suoi derivati) è molto meno frequente di danza (anche qui nelle sue varie forme) ed è usato in un contesto letterario molto più basso e colloquiale (per intendersi ricalca la distinzione sinonimica di faccia e viso).
Ballo e ballare sono presenti solo tre volte nei testi degli scrittori delle origini e tutti all’interno della scuola comico realistica. Come sostantivo è usato in un sonetto di Folgòre da San Giminiano dedicato al mese d’ottobre in cui il poeta consiglia:

la sera per la sala andate a ballo,
e bevete del mosto e inebriate,
ché non ci ha miglior vita, in veritate;

Come verbo si trovano due attestazioni che fanno comprendere, soprattutto in quella del sonetto di Rustico Filippi, l’intonazione comica e bassa in cui viene usato. In questo sonetto, non solo balla fa rima con stalla, ma si trova in un verso molto espressivo: “voi spingate col culo, mentre altri balla” (cioè voi fate flautolenze, mentre gli altri ballano).

Storia diversa ha la voce danza, che probabilmente viene sentita come termine più alto e adatto a contesti diversi quali la lirica amorosa e la canzone mistica.
Nei poeti siciliani e nel dolce stil novo troviamo le forme danza, danzar, danzando tutte usate in un contesto in cui si evidenzia la gioia che dà Amore, mentre in Guittone d’Arezzo si coniuga con gli elementi più spirituali. Il riferimento alla danza si trova infatti in due canzoni intitolate La mistica danza e La mistica danza in onore di Maria, in cui si unisce il riferimento amoroso con quello spirituale:

Ora vegna a la danza,
e con baldanza - danzi a tutte l'ore
chi spera in voi, Amore,
e di cui lo cor meo disia amanza.
Oh, quanto è dilettoso esto danzare
in voi laudare, - beata Maria!
E che maggior dolcezza e dilettore
ch'aver di voi, Amor...

Tuttavia le forme derivate dalla base danza si trovano anche in poesie di ambito comico realistico, sempre tuttavia in chiave ironica e di presa in giro. Ecco che compare per la prima volta la parola danzatori in un sonetto di Cenne della Chitarra in risposta a un sonetto di Folgore da San Giminiano. Non di rado nella letteratura delle origini ci sono queste botte e risposte tra scrittori, vere e proprie tenzoni poetiche in cui si prende in giro lo stile dello scrittore rivale ma non solo. Così col verso “Per danzatori vi do vecchi armini” Cenne della Chitarra dice che per un’arte considerata alta come la danza, Folgore da San Giminiano si merita dei vecchi armeni (cioè il peggio).
O ancora in Folgòre da San Giminiando si parla di “danzar alla provenzalesca” (sonetto d’aprile) proprio a significare danzar da signori.


Dante

L’apertura del trecento è festeggiato con la nascita di tre capolavori: la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Canzoniere di Francesco Petrarca e il Decameron di Giovanni Boccaccio.
Non a torto si parlerà delle tre corone della letteratura italiana in grado di fissare lingua, struttura narrativa, e immaginario di tutti gli scrittori successivi.



La Divina Commedia è un’opera che ha influenzato e ha fornito molto materiale per il balletto novecentesco: si ricordi la Francesca da Rimini di Lichine (vicenda tratta dal V canto dell’inferno), la Dante sonata di Ashton, Dante Variations di Taylor (ispirato dal III canto dell'Inferno), o ancora l’Inferno di Bigonzetti.

Nelle tre cantiche sono presenti le seguenti forme: danza (3), danzando (3), ballo (2), balli (2).

Come Dante partiamo dall’Inferno dove troviamo solo una attestazione della parola balli. Il poeta è nelle Malebolge dove si puniscono i barattieri (cioè truffatori, imbroglioni): completamente immersi nella pece nera, se tentano di uscirne sono dilaniati da una masnada di diavoli che di nome fanno Calcabrina, Scarmiglione, Malacoda, Graffiacane, Farfarello e Alichino. Quando un nuovo peccatore viene gettato nel calderone di pece i diavoli si rivolgono a lui, sarcasticamente, dicendo:

….”Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascostamente accaffi”
(Coperto conviene che qui balli,
così che, se puoi, arraffi di nascosto,
Canto XXI, v. 53)


Spostandoci nel Purgatorio abbiamo una serie di canti (dal XXVIII al XXI) in cui si parla di danza e di ballo.
Sono i canti dell’incontro con Matelda, cioè colei che immerge le anime nel Lete e le purifica, è la figura che rappresenta la felicità terrena nel momento della creazione. Non a caso per evidenziare tale stato di felicità Dante utilizza la similitudine del ballo:

“Come si volge, con le piante strette,
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette”
(Canto XVIII, vv. 52 – 54)

Nel canto successivo (il XIX) una processione accompagna Dante, Matelda e Beatrice al fiume Lete, e tre donne danzano attorno al carro trainato da un grifone. In pratica le tre virtù teologali (bianca la fede, verde la speranza e rossa la carità) accompagnano la Chiesa guidata da Cristo. In questa rappresentazione fortemente allegorica è significativo che le virtù danzino in netto contrasto con la solennità delle altre figure, e in affinità con le altre quattro virtù cardinali (Giustizia, Forza, Temperanza e Prudenza) anche loro danzanti. Da notare che le virtù prendono il ritmo (l’andare) dalla virtù principale, cioè la Carità.


Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l'una tanto rossa
ch'a pena fora dentro al foco nota;
l'altr'era come se le carni e l'ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;
e or parean da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.
Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.
(Canto XIX, vv. 121 – 132)

Dopo l’immersione di Dante nel fiume Lete e la sua purificazione dai peccati le quattro virtù cardinali danzano formando con le braccia una sorta di baldacchino sul poeta ancora bagnato. Tipica figura di danza diventa anche gesto sacerdotale nell’imposizione delle mani, e nella creazione di una croce protettiva, appunto delle quattro virtù cardinali.

Indi mi tolse, e bagnato m'offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
(Canto XIX, vv. 103 -105)

Anche le tre virtù teologali continuano a danzare attorno al poeta un “angelico caribo”: non risulta del tutto chiaro cosa significhi il termine caribo, anche se fonti coeve lo spiegano come particolare ritmo di danza.
Una curiosità avvolge la danza delle tre virtù: forse non tutti sanno che a Botticelli era stata commisionata una serie di illustrazioni della Divina Commedia che non riuscì mai a portare a termine. Tuttavia l' abbozzo riguardante le tre virtù, gli servì come base e come ispirazione per le tre grazie presenti nella Primavera.


Nel paradiso le anime cantano e danzano la loro beatitudine (canto VII, v. 7), formando due corone (o ghirlande) che girano una in un senso e l’altra in un altro creando un “doppia danza” (canto XIII, v. 20).



Nella creazione delle corone di beati Dante usa ancora una similitudine legata alla danza:

donne mi parver, non da ballo sciolte,
ma che s'arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
(Canto X, v. 79 – 81)

E’ una similitudine molto realistica spiegabile con la struttura dei balli contemporanei a Dante che si basavano su una ripresa della musica ciclica che corrispondeva a una ripresa dei passi: quindi i beati sembrano donne che, non ancora finito il ballo, si fermano silenziosi e ascoltano trepidanti l’inizio delle nuove note, cioè della musica, che fa riprendere la danza.
Ormai chiara appare la funzione della danza nel paradiso dantesco: non è più solo simbolo dalla felicità dei beati, ma è il mezzo attraverso cui si dispongono nelle sfere celesti. Ecco quindi che ognuna di queste anime ruota su se stessa con un ritmo leggermente diverso dalle altre (“si giran così, che ‘l primo …./ quieto pare, e l’ultimo che voli”, canto XXIV, vv. 14 – 15).
La similitudine continua con una danza molto nota ai tempi chiamata carola (una sorta di ballo tondo).

Così quelle carole, differente-
Mente danzando, de la sua ricchezza
Mi facieno stimar, veloci e lente
(Canto XXIV, vv. 16 – 17)

Ultima ma non meno bella immagine che offre la danza nella Divina Commedia è quella che introduce l’apparizione dell’apostolo San Giovanni nella “carola” che San Pietro e di San Iacopo stanno facendo in onore di Beatrice:



E come surge e va ed entra in ballo
Vergine lieta, sol per fare onore
A la novizia, non per alcun fallo
Così vid’io lo schiarato splendore
Venire a’ due che si volgieno a nota
(Canto XXV, vv. 103 – 107)

Come si alza e va e entra nel ballo, la vergine lieta solo per far onore alla sposa novella (Beatrice), e non per sentimento di vanità, così io vidi lo splendore rischiarato (S. Giovanni) unirsi ai due (S. Pietro e S. Iacopo) che si giravano a ritmo di musica (cioè che ballavano).
Non deve stupire il fatto che i tre santi rendano onore a Beatrice con la danza: nel purgatorio le tre virtù teologali facevano lo stesso. Sono infatti essi stessi simbolo delle tre virtù: San Pietro della fede, San Iacopo della speranza, e San Giovanni della carità.



I riferimenti alla danza e al ballo, come si è visto, sono quasi tutti in senso positivo e collegati o alle virtù o ai beati. L’idea dantesca è quella che unisce da un lato l'immagine della felicità a quella del movimento in musica e nel canto, dall’altro all’armonia del moto dei beati che riprende l’armonia della struttura delle danze di fine medioevo e inizio rinascimento.




Immagini:
1- Codice miniato (Torino B/N)
2- Particolare dell'affresco di Lorenzetti "Gli effetti del Buon governo"
3- Illustrazione di Gustave Dorè del canto XXI dell'inferno
4- Particolare della "Primavera" di Botticelli. Le tre grazie
5- Illustrazione di Dorè della corona dei beati in Paradiso
6- Illustrazione di Dorè della schiera dei beati in Paradiso









ID=1857
22/9/2007
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