
Continua il viaggio nella letteratura italiana sulla storia delle parole
danza e
ballo concluso con Dante.
PetrarcaAutore grandissimo della letteratura europea, ha influenzato per secoli scrittori di diversissima formazione e di diversa provenienze. La danza è quasi del tutto assente nel
Canzoniere, ci sono solo due attestazioni: una nella forma
danza e una nella forma
balli.
Tuttavia risulta molto interessante l’uso che ne fa Petrarca. I balli saranno
amorosi e simboleggeranno il risvegliarsi della natura a Primavera dopo l’Inverno (Sonetto 219).
Mentre nella canzone frottola
Mai non vo’ più cantare com’io soleva troviamo la parola danza in un sintagma dal significato parallelo al contemporaneo “essere in ballo”. La situazione è quella amorosa: si parla di amore non corrisposto e il poeta sottolinea come anche lui si sia trovato in una situazione simile.
Proverbio «ama chi t'ama» è fatto antico.
I' so ben quel ch'io dico: or lass'andare,
ché conven ch'altri impare a le sue spese.
Un'umil donna grama un dolce amico:
mal si conosce il fico. A me pur pare
senno a non cominciar tropp'alte imprese;
et per ogni paese è bona stanza.
L'infinita speranza occide altrui;
et anch'io fui alcuna volta
in danza.
(Canzone 105, stanza 3)
BoccaccioIl
Decameron, scritto tra 1349 e 1351, è “il libro chiamato decameron nel quale si contengono cento novelle, in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini”.
Come si sa le cento novelle sono collegate da una cornice: per sfuggire alla peste del 1348 alcuni giovani si rifugiano in una villa fuori Firenze.
Tutti i giorni i dieci personaggi raccontano ognuno una novella su un tema proposto dal re o dalla regina di ogni giornata.
Alla conclusione di tutti i racconti si intrecciano danza su
ballate scritte da Boccaccio.
Il ballo è molto presente nel
Decameron essenzialmente per due ragioni: la prima è di ordine sociale, la seconda di ordine narrativo.
Nella società trecentesca era d’uso, durante le feste, eseguire danze dopo aver mangiato accompagnate da canto e da musica. Pratica che era già stata descritta dagli scrittori precedenti e che quindi rendeva l’unione di musica, parole e danza molto forte e sentita.
L’immagine di spensieratezza e della letizia che forniva la danza, in conclusione delle varie giornate, crea uno stridente contrasto con la drammaticità della situazione che apre il volume, cioè il racconto della peste, ed accentua l’idea di isolamento bucolico della “cornice”.
Il termine
danza, e le forme ad esso collegate, sono presenti soprattutto nelle conclusioni delle varie giornate, più raro è l’uso che Boccaccio ne fa nelle novelle.
Sono solo due le ricorrenze. Due amanti, chiuso il marito di lei in un cassa, si dedicano a una “danza trivigiana” sopra la cassa stessa. Qui il termine ha uno slittamento semantico che poi avrà fortuna nella lingua italiana, il danzare diventata sinonimo di fare l’amore. Pare che la danza trevigiana fosse un tipo di ballo molto movimentato, e questo chiaramente aumenta l’intento ironico e di beffa dello scrittore. Il secondo caso invece è in una situazione di festa.
Il temine
ballo anche se meno usato da Boccaccio è comunque abbastanza presente, soprattutto nelle conclusioni di giornate.
e dopo la cena al modo usato cantando e
ballando si trastullarono.
(Giorn.8, conclusione)
Quello ordinatamente e con letizia fatto, non dimenticato il
preso ordine del
danzare, e con gli strumenti e con le
canzoni alquante danzette fecero.
(Giorn. 5, introduzione)
Il Rinascimento
Entriamo quindi in pieno rinascimento, il centro della cultura è Firenze, artisti di ogni dove accorrono alla corte medicea.
Le feste indette dai signori sono magnifiche e cominciano a fissarsi i primi principi di arte coreografica. Il volgare fiorentino ha sempre più successo rispetto al latino, e la produzione letteraria fiorisce. Hanno molto successo i poemi cavallereschi in chiave comica come il
Morgante di Pulci, o le liriche d’occasione di
Lorenzo de’ Medici. Opere che non utilizzano, per la loro stessa definizione, un linguaggio illustre. In questo senso è spiegabile la fortuna della forma
ballo al posto di
danza, sentito probabilmente di registro più alto.
L’idea del ballare è sempre legata ad occasioni liete e di svago, accompagnata dal cantare e dal suonare. Faceva parte dell’educazione di un giovane di ceto sociale alto imparare a danzare e svagarsi, lo stesso Lorenzo il Magnifico dice che “si vive in canti e in
balli e in giostra”(Canzoniere 59, v. 5).
Tuttavia l’occorrenza più famosa nelle liriche del Magnifico si trova nel famosissimo canto carnascialesco in lode di Bacco e Arianna:
Quant'è bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c'è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
lor da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c'è certezza.
Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni,
balli e canti,
arda di dolcezza il core,
non fatica, non dolore!
Ciò c'ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c'è certezza.
(Trionfo di Bacco e Arianna, vv. 1- 4, 13 -20, 53 – 60)
Troviamo per la prima volta in questo autore l’attestazione del vocabolo
ballerina, riferito a una deliziosa pastorella, la
Nencia da Barberino, colta nell’atto di improvvisare una danza.
Ell'è dirittamente
ballerina,
che la si lancia com'una capretta,
et gira più che ruota di mulina,
et dassi della mano nella scarpetta;
quand'ella compie il
ballo, ella s'inchina,
poi torna indrieto e duo tratti scambietta
e la fa le più belle riverenze
che gnuna cittadina da Firenze.
(Nencia da Barberino, vv. 21 -29)
Sono moltissime le presenze del termine
ballo nelle opera di
Lorenzo, molto meno frequente invece
danza (usato solo tre volte). Proporzioni che si ripetono più o meno simili nel
Morgante di Pulci, poema cavalleresco tutto giocato sull’ironia e il grottesco, e in
Poliziano. Nella vasta produzione di quest’ultimo si ritrovano usi completamente diversi e in contesti a volte opposti i due termini.
Nelle
Stanze della giostra, poemetto d’occasione, la personificazione della Letizia è colta nell’atto del danzare, e i pesci, colti dagli strali d’Amore, sembrano ballare:
i pesci(…) van notando
dentro al vivente e tenero cristallo,
e spesso intorno al fonte roteando
guidon felice e dilettoso
ballo;
tal volta sovra l'acqua, un po' guizzando,
mentre l'un l'altro segue, escono a gallo:
ogni loro atto sembra festa e gioco,
né spengon le fredde acque il dolce foco.
Le donne, che notoriamente ne sanno una più del diavolo, conoscono tutti i trucchi per apparire belle anche se proprio belle non sono: basta sapere cantare con grazia e naturalmente ballare.
Ho vedute certe diavole
che pel canto paion belle;
ho vedute anche di quelle
che ognun l'ama pel
ballare.
Il petrarchismoPetrarca è stato un modello così forte e così importante per la letteratura italiana da creare una vera e propria scuola in cui molti poeti del Cinquecento si riconoscevano.
Pietro Bembo con le “Prose della volgar lingua” (1525) aveva fissato come punto imprescindibile dello stile, e della lingua poetica del volgare italiano il
Canzoniere.
Il cosiddetto
petrarchismo ha interessato molto letterati tra i quali ricordiamo, oltre al Bembo: Michelangelo, Della Casa, Colonna, Gambara, Stampa, fino ad arrivare allo stesso Tasso.

Se Petrarca aveva poco utilizzato i vocaboli
danza e
ballo, in questi altri poeti si trovano numerosi attestazioni, sempre nell’ambito tematico della gioia, dell’amore e dell’essere in festa.
Citiamo per esempio un sonetto di
Vittoria Gambara:
Altri boschi, altri prati, ed altri monti,
felice e lieto Bardo, or godi e miri,
ed altre ninfe vedi, in vaghi giri
danzar cantando intorno a fresche fonti,
(Rime, 9)
Troviamo anche la consueta similitudine della danza col moto degli astri.
Amore alma è del mondo, Amore è mente
e 'n ciel per corso obliquo il sole ei gira,
e d'altri erranti a la celeste lira
fa le
danze lassù veloci o lente.
(Tasso, Rime, A Vincenzo Gonzaga)
L’Arcadia di SannazzaroLo scrittore Sannazzaro, con la sua opera
Arcadia, è riuscito a creare un mondo che avrà enorme fortuna nel Settecento, anche nel balletto. La danza è presente ma sempre ricollegata al tema amoroso, o di esternazione di gioia.
Sì mi è dolce il tormento, e 'l pianger gioco,
che canto, sòno e
ballo,
e cantando e
ballando al suon languisco.
O ancora nella descrizione delle Driadi e delle Ninfe immaginate nell’atto di danzare nell’atmosfera bucolica dell’Arcadia. Nella nascita del balletto romantico saranno proprio questi esseri magici, siano ninfe, silfidi, o ondine, che diventeranno simboli dell’essere ballerina.
Driadi, formosissime donzelle de le alte selve, le
quali non una volta ma mille hanno i nostri pastori a prima
sera vedute in cerchio
danzare all'ombra de le fredde noci,
con li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le
bianche spalle.
Il cortigiano di CastiglioneIl testo con più attestazioni di danza e ballo è sicuramente il
Libro del cortigiano del Castiglione edito nel 1528. Testo fondamentale per l’educazione dei signori o per chi voleva farsi passare per tale, descrive non solo la vita a corte ma anche i requisiti fondamentali per potervi accedere. Ebbe un’enorme fortuna in tutte le corti europee.
La danza era parte integrante della vita di corte e dell’educazione dei nobili, e questo ha permesso anche la sua evoluzione storica e coreografica.
Ambientato nella ricca e potente corte di Urbino, il libro descrive ed esalta la figura di cortigiano nobile di stirpe, esperto d‘armi, ballerino, musico, capace di conversazione, e di raffinata cultura.
Medesimamente nel
danzare un passo
solo, un sol movimento della persona grazioso e non
sforzato, sùbito manifesta il sapere de chi
danza.
(Libro I, par. 28)
Lo stesso discorso vale anche per le cortigiane.
voglio che questa donna abbia notizie di lettere, di musica,
di pittura e sappia
danzar e festeggiare;
(Libro 3, par. 9)
Non solo si spiega come bisogna sapere danzare, ma anche quando è lecito farlo, e in che circostanze:
Rise messer Federico; poi soggiunse: "Sono alcuni altri
esercizi, che far si possono nel publico e nel privato, come
è il danzare;”
(Libro 2, par. 11)
Il termine
ballo è usato in contesti diversi, fuori dalla corte, in ambienti popolani legati a danze popolari come moresche o roegarze.
Compaiono i due termini
danzatore e
ballatore per indicare il ballerino. Se il primo ha avuto fortuna e si usa ancora oggi, per l’altro creato per calco linguistico (cioè con l’uso dello stesso suffisso –ore di danzatore, che era un suffisso di mestiere) si può dire che non è più usato. Ma ha avuto molta fortuna specie nel Seicento, creando anche la forma femminile
ballatrice anch’essa scomparsa.
Macchiavelli e GuicciardiniI trattati politici potrebbero sembrare i luoghi meno adatti per parlare di danza e ballo, infatti nel
Principe di Macchiavelli non se ne fa mai menzione.
Tuttavia sono presenti eccezioni anche nello stesso autore:
Macchiavelli nel libro “Dell’arte della guerra” paragona l’esercito a un gruppo danzante: per fare sapere ai fanti quando muoversi e quando fermarsi, in maniera ordinata, bisognerebbe, fare come nelle danze, cioè seguire un suono concordato.
Onde che gli antichi avieno sufoli, pifferi e suoni modulati
perfettamente; perché, come chi
balla procede con il tempo
della musica e, andando con quella, non erra, così uno
esercito, ubbidendo nel muoversi a quel suono, non si
disordina. E però variavano il suono, secondo che volevano
variare il moto e secondo che volevano accendere o quietare
o fermare gli animi degli uomini.
(Libro Secondo, par. 27)
Mentre
Guicciardini parla della consuetudine di organizzare balli nelle corti per sottolineare l’inabilità al governo del Re di Francia e il suo interesse esclusivo a cose futili.
il re di Francia: il quale, ancora che stretto da interessi sì
gravi, consumava la maggiore parte del tempo in piaceri di
caccie di *balli* e di intrattenimenti di donne.
(Storie d’Italia, libro 17, cap. 14)
AriostoSiamo nella prima parte del Cinquecento, la terza edizione dell’
Orlando furioso di Ariosto esce nel 1532. Poema cavalleresco dalla costruzione labirintica, racconta le vicende di numerosi cavalieri e dame e l’incipit diventa subito la chiave di lettura di tutto il poema: “Le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori, / le cortesi, l’audaci imprese io canto”.
Il proposito di cantare sia le audaci imprese, sia le cortesie viene meravigliosamente portato a compimento e proprio tra questi due poli si situerà la danza.

Presente, soprattutto dove è presente Amore, spesso si lega ad elementi e luoghi molto positivi, si veda per esempio la descrizione del paradiso:
Non vi si sta se non in
danza e in giuoco,
e tutte in festa vi si spendono le ora
(Canto 6, ottava 73)
Ma il termine incomincia a mutare anche significato e assumere un tono velatamente ironico nel significare combattimenti e singolar tenzoni tra cavalieri. La similitudine è facilmente comprensibile e avrà a lungo fortuna nella lingua italiana e nell’arte figurativa.
Più degli altri valor mostra Ruggiero,
che vince sempre, e giostra il dì e la notte;
e così in
danza, in lotta et in ogni opra
sempre con molto onor resta di sopra.
(Canto 46, ottava 100)
Il vocabolo
balli invece è usato, con una discendenza dantesca, nel descrivere i moti degli astri:
Era ne l'ora, che traea i cavalli
Febo del mar con rugiadoso pelo,
e l'Aurora di fior vermigli e gialli
venìa spargendo d'ogn'intorno il cielo;
e lasciato le stelle aveano i
balli,
e per partirsi postosi già il velo;
(Canto 12, ottava 68)
E ancora come metafora guerresca:
Vorrebbe de l'impresa esser digiuno,
ch'avea di vendicare il suo cavallo;
e se potesse senza biasmo alcuno,
si trarria fuor del periglioso
ballo.
Il mondo era già tanto oscuro e bruno,
che tutti i colpi quasi ivano in fallo:
poco ferire e men parar sapeano,
ch'a pena in man le spade si vedeano.
(Canto 31, ottava 25)
Tasso e la ControriformaPer quanto riguarda l’altro grande poema cavalleresco cinquecentesco
La Gerusalemme Liberata del Tasso notiamo che i riferimenti al ballo sono pressoché assenti e questo è spiegabile sia con tema molto più alto (la liberazione di Gerusalemme), sia con il periodo storico profondamente mutato della Controriforma. Infatti fin dall’incipit il poema si mostra completamente diverso da quello ariostesco (“Canto l’arme pietose e ‘l capitano / che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo”).
Si trova solo una attestazione di
danze in un momento di letizia e di festa:
E cominciàr costor
danze e carole,
e di se stesse una corona ordiro
e cinsero il guerrier, sì come sòle
esser punto rinchiuso entro il suo giro.
(Canto 18, ottava 28)
Il clima politico, religioso e culturale a fine Cinquecento è profondamente mutato, le feste e i momenti di letizia vengono vietati e lo stesso danzare diventa qualcosa di peccaminoso, lascivo e demoniaco. Si veda un passo dello
Spaccio della bestia trionfante di
Giordano Bruno in cui la danza viene descritte come insieme di “carezze lascive”:
avendo ordinato il
ballo se gli fece innante con quella
grazia che consolarebbe et invaghirebbe il turbido Caronte;
La spensieratezza che aveva accompagnato tutto il Cinquecento si è ormai spenta, non è più tempo di danzare ma di pregare e di fare penitenza.
Così si chiude un secolo, ma il Seicento presto aprirà nuovamente le danze.
Immagini:
1- La danza, salone del Castelroncolo
2- A tale from Decameron di Waterhuose
3- Trionfo di Bacco e Arianna di Tiziano
4- Le tre grazie di Raffaello
5- Studio di arceri di Michelangelo
6- Ruggiero incatena Angelica di Fragonard