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articolo: Danza e anoressia: la scomparsa della Dea (Parte II)


Fin dal tempo della loro formazione in Accademia, ma anche nelle scuole più piccole, l'aspirante ballerina può trovarsi nella condizione di sentirsi costretta a incarnare personalmente il mito della purezza. Incarnare principi generali (che Carl Jung chiamava archetipi) può essere spesso fatale. Una sorta di pressione psicologica collettiva fa leva sulla fragilità intrinseca di alcune allieve, e avviene il disastro. Alla catastrofe alimentare possono contribuire le insegnanti che, a loro volta, sono state possedute dal mito e che ancora ritengono se stesse “non all'altezza”, non sufficientemente pure, e si trovano a scaricare sulle allieve più giovani e indifese il senso di imperfezione che le rode. E' così che, contro ogni logica, che imporrebbe ad atleti specializzati come i ballerini un regime alimentare bilanciato e completo, alcune adolescenti vengono sacrificate in nome di questa necessità di purezza.

Ma come nasce una simile idea? La dottrina platonica dell'ascetismo aveva come obiettivo "raggiungere l’indipendenza assoluta da tutti i bisogni fisici, proprio come gli dèi". Ma l'inedia autoindotta vera e propria inizia la sua storia come forma di punizione o come mezzo per esercitare pressioni. Nelle antiche civiltà occidentali, i riti del digiuno facevano parte delle pratiche religiose, ripetute anche più volte l'anno, non solo come forma di mortificazione, ma anche come giusto cammino che porta al Paradiso. Il digiuno veniva visto come protezione contro le forze malvagie; grazie alla purezza interiore resa possibile dal "non mangiare", si creavano le condizioni favorevoli per ricevere la divinità, spesso in sogno.

Inoltre, con il Cristianesimo divenuto religione ufficiale, si imposero precise norme per il digiuno che, in epoca medioevale, arrivava a coprire un terzo dei giorni dell'anno. Per tutto il Medio Evo, ragazze del popolo, nobildonne e sante si impegnarono in digiuni strenui. Durante queste pratiche molte di loro però rompevano il digiuno abbandonandosi a eccessi alimentari. Naturalmente questi fatti erano tenuti in segreto, visto che di certo non era prova di santità.
Verso la fine del 1700, i digiuni vennero considerati in un modo diverso e trattati con rituali di tipo esorcistico. Nel XIX secolo, l'anoressia nervosa diventò un evento medico, ne furono descritti i sintomi e il digiuno venne considerato e riconosciuto come una malattia e non più come superstizione o pratica religiosa.

Diventare come una dea: non soggetta a bisogni fisici. Diventare, contemporaneamente, la penitente che si assoggetta al dio: punita, mortificata, soggetta a rituali, in cammino verso il Cielo. Diventare, per sovrapprezzo, anche colei che apre la porta al divino, espia per gli altri, la depositaria pubblica dei peccati collettivi, la vittima sociale di un'esigenza di protezione contro le forze diaboliche, di clarità che, più che vigere nei comportamenti esterni, dovrebbe albergare nelle intenzioni di ogni essere umano.

Da più parti si è convinti che l'anoressia sia la conseguenza di un malessere culturale, in cui l'apparenza ha assunto più importanza dell'essenza. In effetti, il problema del malessere culturale è il fondamento dell'anoressia, ma non si tratta di una questione di moda o di pubblicità. E' un malessere molto più profondo, legato alla scomparsa del culto della Grande Madre, che caratterizzava i popoli mediterranei prima dell'arrivo degli Ariani, verso il 2000 a.C.
Nel tempo dell'Età dell'Argento, o tempo della Grande Madre, le danze femminili rappresentavano momenti di sacra intimità fra donne, in cui venivano eseguiti movimenti nei quali tutto il corpo era coinvolto. Non si trattava di mere "danze della fertilità", espressione che già indica una parcellizzazione e una scelta di cosa è legittimo e cosa non lo è da parte di una cultura maschile. Al tempo della Grande Madre l'integrità del corpo femminile era necessaria, perché ogni centimetro di esso era sacro e veniva coinvolto nei rituali.
Sottrarre alle donne quella parte di intimità di genere, che era un prodotto naturale della psiche, sottrarre il potere naturale di richiamare l'aspetto trascendente della Dea attraverso i movimenti rituali, ha creato una spaccatura psichica che si è allargata enormemente nel tempo, e che si ritorce contro le sue figlie, colpendole – così a noi appare – inspiegabilmente.
All'interno della cultura maschile, che prese piede lentamente, le danze sacre vennero dapprima incanalate verso gli Dèi, e verso Dioniso in particolare. In realtà, le danze sacre erano dedicate anche alle Dee, specialmente ad Artemide e Afrodite. Ma nella cultura e nell'immaginario collettivo, se ora pensiamo alle danze sacre dell'antichità, sono rimaste solo le Baccanti dedite a Dioniso, e non è un caso.
Le danze ordinate dedicate alla Grande Madre, i cui movimenti scaturivano da un estremo contatto con la psiche, si sono trasformate nelle danze dei boschi, al ritmo di flauti e tamburi, senza passi definiti, senza formazione di un cerchio, con la presenza di uomini, i Fauni; il tutto praticato sotto l'effetto del vino. Già a quest'epoca, l'antico rito è perciò scomparso, sostituito da modalità rituali di perdita di contatto.
Non è difficile capire, allora, come la teoria dell'ascetismo, quale contrapposizione a questi riti caotici, si sia fatta strada, e come via via il mondo maschile abbia ristretto la possibilità che le donne avessero un loro tipo di comunicazione con il trascendente, legittimando quest'ultimo esclusivamente attraverso una forma di immobilità, l'anoressia, invece che attraverso il movimento.
Nella società attuale, perciò, l'anoressia è figlia di un'antica, profonda e terribile rimozione dell'autentica natura femminile e dei riti di gioia, amore e libertà. Potenzialmente, infatti, tutte le donne sono a rischio di anoressia. L’amorevole Dea Madre è diventata una dea dell’Ombra, una Gorgone, che richiede sacrifici umani.

Cosa significa, in pratica, essere un'anoressica?
"Molte di voi pensano che mettersi a dieta e voler dimagrire non comporti niente ... Ma è il primo passo che comporta scompensi a livello fisico e psicologico, e da lì si instaura un ciclo infinito di diete-->abbuffate-->metodi compensatori-->nuova abbuffata-->digiuno-->abbuffata-->dieta ... etc etc... e il ciclo si perpetua per anni e anni, e non si riesce a uscirne... Quante volte ci ho provato! E da lì ho cominciato a odiarmi ... All'inizio la cosa la si prende sottogamba, si crede di poterla controllare. Poi sfugge di mano, e ogni anno si soffre sempre di più, fino a toccare il fondo ... Mi sono isolata dal mondo, dalle amicizie, dal mio (ex-)ragazzo, dai miei genitori, dai miei parenti, da qualunque cosa. E sono rimasta sola con il cibo, le lacrime, il dolore”.

L'anoressia non è solo femmina. Ecco un ragazzo di 18 anni:
"Non so se ha senso scrivere. Avere il controllo del mio corpo ed esprimere le emozioni è un fuoco che mi logora dentro. Ma son costretto a mangiare e vomitare tutte le sere, con il terrore di non riuscire a buttar fuori tutto quello che ho ingerito. Mi faccio schifo".

L'anoressica e l'anoressico hanno fame, ma lottano per soffocare questa sensazione. Odiano il corpo e non il cibo; infatti non sono infrequenti gli attacchi di voracità a cui seguono sensi di colpa.
Le teorie correnti più comuni, riguardo una genesi del disturbo, prendono in considerazione in modo privilegiato il rapporto con la madre, che può essere stato complicato durante l'infanzia, in un periodo in cui la relazione primaria si svolge soprattutto mediante la comunicazione corporea. Secondo le teorie psicologiche, le madri presentano un distacco emozionale rispetto ai vissuti di dolore e preoccupazione e danno una sensazione di ambiguità: in parole semplici, non sono in grado di avere un coinvolgimento empatico e non comprendono il disagio dei figli. Queste madri sono anche eccezionalmente ansiose e preoccupate rispetto all'educazione e alla salute dei figli, e questo è un modo di ostacolarne l'autonomia, ostacolo che si somma all'estrema insicurezza dell'adolescente che dalla madre non ha potuto ricevere l'insegnamento di come si gestiscono le emozioni.
L'adolescente perciò vagabonda intorno a se stesso, senza riuscire a crearsi uno spazio in cui far confluire il dialogo. D'altra parte, non solo l'amore per i genitori viene dolorosamente rimesso in causa: i nuovi legami suscitano anche grandi angosce.
In queste famiglie la figura del padre è marginale; può trattarsi di una personalità depressa, poco valorizzata, rassegnata a non avere alcun tipo di vera autorevolezza nella famiglia. Uno studio recente, condotto presso la Stanford University in California, ha messo in rilievo che i commenti dei padri influenzano la percezione che le giovanissime pre-adolescenti - così attente e vulnerabili allo sguardo paterno, prima ancora che a quello dei coetanei - hanno del loro peso e del loro corpo, aumentando il rischio di sviluppare un disturbo alimentare durante l'adolescenza. I risultati mostrano che i papà in sovrappeso, insoddisfatti della propria forma fisica, sono gli stessi che influenzano le figlie sia indirettamente sia attraverso critiche esplicite sul peso e la forma delle ragazze.
Questi nuovi studi puntano quindi, anche se ancora in modo confuso, in una direzione, nell’opinione di chi scrive, più verosimile:
la scissione delle capacità materne dalle capacità empatiche di cura in realtà non è che una conseguenza dello scisma che si è creato nella psiche femminile per l’introduzione di valenze maschili distorte. Il dato clinico dell’influenza dei padri sull’anoressia confermerebbe questa teoria quale causa del naturale sbilanciamento di un evento tanto naturale e necessario quale il rapporto con il cibo. Nel mondo della danza, infatti, il problema sembra essere reso più complicato dalla competizione, elemento di indubbio senso maschile.

Qual è il limite fra le richieste degli insegnanti e le privazioni non richieste che le ragazze si autoinfliggono? E' inutile chiederlo alle scuole, la risposta non può che essere cauta e diplomatica. Il limite ragionevole non può certo essere stabilito da un medico all'interno della struttura. Il bordo tra astensione dal cibo e anoressia è sottilissimo, ma la gestione a chi è lasciata? Il sospetto che sia lasciata all'omertà è forte.
Non è sbagliato sospettare di un allieva o di un allievo emaciati. Non è sbagliato attivarsi per aiutare un compagno o una compagna che soffrono. E’ un compito impegnativo, che richiede, prima di tutto, la profonda convinzione, da parte di chi porge aiuto, che "la bellezza non è questione di chili, è quello che sai trasmettere agli altri".

(continua)

Danza e anoressia: Parte I Parte III Parte IV


Foto 1: disegno a pastelli di Johanna Bohay, 2007; pubblicato nel sito Light Caught
Foto 2: pubblicata in TaccoBlog
Foto 3: pubblicata nel sito Altri Occhi di Kindlerya
Foto 4: copyright PeANut_FreAk
Foto 5: danzare sostenendosi a vicenda


ID=2100
24/6/2008
Giulia Maria d'Ambrosio leggi gli articoli di Mamma di Verainvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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