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articolo: La danza nel mondo antico


La danza ricompre un ruolo importante nella letteratura fin dai primi testi, per il suo carattere rituale e legato a cerimonie sacre. Sappiamo infatti che il ballo, con musica e canto, è alla base di moltissime tradizioni di società tribali. Di seguito si cercherà di fornire un breve excursus sulla danza nelle grandi civiltà antiche.

La Bibbia

Nella Bibbia, la danza è presente in sensi e significati diametralmente opposti. Nell’Antico Testamento (sec. VIII-VII a. C.) la danza può diventare blasfema e portare la punizione divina. Ci troviamo, per esempio, nel famoso passo di Mosè che spezza le tavole delle leggi vedendo il popolo dedito ai sacrifici e ai divertimenti:

“E Mosè ritornò dal monte, portando in mano le due tavole della legge, scritte da una parte e dell’altra, fatte per opera di Dio del quale era anche la scrittura scolpita sulle tavole. (…) E come fu vicino al campo, e vide il vitello e le danze, sdegnato altamente gettò dalle mani le tavole, e le spezzò alle falde del monte”. (Esodo, 32)

Oppure diventare metafora di gioia: le donne, che festeggiano la vittoria di David su Golia, si lanciano in allegre danze di accompagnamento, scatenando la tragica invidia di re Saul:

”Al loro rientrare, mentre Davide tornava dall'uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d'Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i timpani, con grida di gioia e con sistri.
Le donne danzavano e cantavano alternandosi:
"Saul ha ucciso i suoi mille,
Davide i suoi diecimila".
Saul ne fu molto irritato e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: "Hanno dato a Davide diecimila, a me ne hanno dato mille. Non gli manca altro che il regno".
Così da quel giorno in poi Saul si ingelosì di Davide.” (Samuele 1, 18)

Mentre diventa testimonianza di grande emozione quando Davide danza davanti all’Arca del Signore, insieme a trentamila uomini d’Israele:

“Davide radunò di nuovo tutti gli uomini scelti d'Israele in numero di trentamila.
Poi si levò e partì con tutto il popolo che era con lui da Baale di Giuda, per trasportare di là l'arca di Dio, col nome stesso dell'Eterno degli eserciti, che siede sopra i cherubini. (…)
Davide e tutta la casa d'Israele suonavano davanti all'Eterno ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, cetre, arpe, tamburelli, sistri e cembali.
(…) Davide danzava con tutte le sue forze davanti all'Eterno, cinto di un efod di lino. Così Davide e tutta la casa d'Israele trasportarono l'arca dell'Eterno con grida di giubilo e a suon di tromba. Or avvenne che, mentre l'arca dell'Eterno entrava nella città di Davide, Mikal, figlia di Saul, guardando dalla finestra, vide il re Davide che saltava e danzava davanti all'Eterno, e lo disprezzò in cuor suo” (Samuele 2, 6)


Nel Nuovo Testamento, c’è la celeberrima narrazione della danza di Salomè davanti al re Erode, che le offrirà poi, come dono, la testa di Giovanni Battista (Vangelo di Marco, 6). In questo caso, la grazia, e la sensualità della fanciulla, che incanta i commensali con la sua danza, le fa ottenere una macabra, ma estrema ricompensa. Questo passo, solo velocemente accennato, susciterà l’interesse di innumerevoli artisti nel corso dei secoli.

“Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: -Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò-. E le fece questo giuramento: -Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno-. La ragazza uscì e disse alla madre: -Che cosa devo chiedere?-. Quella rispose: -La testa di Giovanni il Battista-".

Il ballo è presente anche in numerosi Salmi, sempre come gioioso accompagnamento della resa grazie al Signore. Citiamo come esempio solo il Salmo 150.

Alleluia. Lodate il Signore nel suo santuario, lodatelo nel suo santuario.
Lodatelo per i suoi prodigi, lodatela per la sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra.
Lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti.
Ogni vivente dia lode al Signore. Alleluia!



L’universo greco

Nelle tradizione mitologica greca, ma non solo, la danza ricopriva un ruolo di primo piano. Il ballo innanzitutto è un evento pubblico, spesso connesso a un culto (si pensi, per esempio, a quello dionisiaco). Si credeva che il movimento, scandito dal ritmo musicale, potesse, tramite il raggiungimento dell’estasi, aprire le porte al soprannaturale.



Fin dagli inni pseudomerici si narra di danza tra gli dei: Apollo, Artemide, Afrodite, Ares. Nell’Iliade, Omero fa riferimento a una festa danzante nel palazzo di Cnosso per descrivere lo scudo di Achille. I protagonisti del ballo, Dedalo e Arianna, parlano della possibile esistenza di una “danza del labirinto”, che aveva dato origine al mito del Minotauro.

“Poi vi sculse una danza a quella eguale
che ad Arïanna dalle belle trecce
nell'ampia Creta Dedalo compose.
V'erano garzoncelli e verginette
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un velo sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestìa, soavemente
lustro qual bacca di palladia fronda.
Portano queste al crin belle ghirlande,
quelli aurato trafiere al fianco appeso
da cintola d'argento. Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi,
come rapida ruota che seduto
al mobil torno il vasellier rivolve,
or si spiegano in file. Numerosa
stava la turba a riguardar le belle
carole, e in cor godea. Finìan la danza
tre saltator che in varii caracolli
rotavansi, intonando una canzona.
Il gran fiume Oceàn l'orlo chiudea
dell'ammirando scudo.”
(Iliade, Libro XVIII, vv. 590-605. Trad. Monti)


Questo episodio è ricordato anche da Callimaco nell’Inno a Delo (vv. 275 e segg.) e da Plutarco nel Teseo, che chiama gru questa danza praticata sull’isola. Mentre ancora Callimaco racconta l’origine di una danza con le armi fatta dalle Amazzoni per celebrare le divinità.
Tornando a Omero, c’è una preziosa descrizione fatta da Ulisse nell’Odissea, di una danza sacra della popolazione dei Feaci:

“Musica e danza, ed il cangiar di veste,
I tepidi lavacri e i letti molli.
Su dunque voi, che tra i Feaci il sommo
Pregio dell'arte della danza avete,
Fate che lo straniero a' suoi più cari,
Risalutate le paterne mura,
Piacciasi raccontar, quanto anche al ballo,
Non che al nautico studio ed alla corsa,
Noi da tutte le genti abbiam vantaggio
(…)
Danzatori allora
D'alta eccellenza, e in sul fiorir degli anni
Feano al vate corona, ed il bel circo
Co' presti piedi percoteano. Ulisse
De' frettolosi piè gli sfolgorìi
Molto lodava; e non si rïavea
Dallo stupor che gl'ingombrava il petto”
(Odissea, Libro VIII, vv. 221 e segg.)


Oltre alla danza “corporea” nel mondo antico era di importantissima rilevanza la danza “celeste”, cioè degli astri. Di antichissima derivazione indoeuropea, si descrive il movimento delle sfere celesti attraverso la metafora della danza. Platone nel Timeo fa un paragone tra le armonie che si realizzano nelle coreografie terrene e nelle “danze degli astri”. Inoltre Platone parla del ruolo fondamentale che ricopre lo studio di quest’arte nell’educazione dei giovani dato che “furono proprio quegli dei che ci sono stati offerti come compagni di danza a farci dono del ritmo e dell'armonia come espressioni del piacere" (Leggi, 654 a). Queste argomentazioni vengono riprese anche nel famoso trattato aristotelico, intitolato Poetica (49a).

Il sofista Luciano di Samosata scrive addirittura un dialogo dal titolo La danza (360 a.C) in cui descrive l’origine del ballo proprio derivandolo dall’osservazioni dell’armonie ultraterrene. Eleva quest’arte a un grado di nobiltà legato anche dai sistemi matematici, che sottendono ogni creazione coreutica. Il dialogo, nato in un periodo di aspra polemica intellettuale intorno al ballo e alla pantomima, si rivelerà ricco di fondamentali notizie intorno al teatro del mondo antico. Per il sofista, inoltre, il ballerino “dovrà identificarsi con i suoi personaggi, i suoi gesti non dovranno essere in disaccordo con i personaggi sulla scena: egli dovrà esprimere il carattere di ciascun personaggio”.

Tra le varie muse del mondo antico c’è anche Tersicore, che porta con sé la lira e il plettro. Le muse, figlie di Zeus e Mnemosine (dea della memoria) e sorelle di Apollo, sono nove in tutto. Importantissime nella armonia celeste, erano le patrone delle varie arti. La caratteristica principale di queste muse è l’amore per il canto, per la danza e per la parola. Nella mitologia greca Tersicore era anche la madre delle Sirene.



L’universo latino

Come si è visto nella curiosità Parole in ballo, l’origine etimologica della parola danza non deriva direttamente dal latino. Questo non deve assolutamente far pensare a una poca attenzione nei confronti di quest’arte: i romani infatti sono tra i primi a comprendere la portata e la complessità culturale, antropologica e religiosa della danza all’interno della loro società. Non a caso, in latino, esistono ben tre lemmi che si possono ricondurre semanticamente al lemma moderno: chorea (danza in coro), saltatio (ballo) e tripudium (danza sacra). Interessante notare come tutte queste parole sono arrivate fino a noi con significati leggermente mutati, ma che sono ben comprensibili conoscendone il punto di partenza: coreografia è chiaramente l’arte del danzare (anche se questa parola è più propriamente di origine greca, gr. choreia), saltare si ricollega alle modalità della danza dell’epoca in cui il saltato era molto importante, il tripudio ha un senso apparentemente diverso ma comprensibile.
La danza diventa parte integrante dei costumi romani tanto da essere associata a celebrazioni religiose, ma anche militari. Celebri sono infatti i Salii che eseguivano una complessa coreografia armata per propiziarsi Marte, dio della guerra. Anche Virgilio fa cenno a questa abitudine di fare parate militari danzate: nel libro V dell'Eneide (vv. 588-603) narra del funerale di Anchise, facendo riferimento proprio a questa tradizione. Presente anche nell’Asino d’oro di Apuleio, come apertura di uno spettacolo teatrale, viene chiamata danza pirrica, perché la sua invenzione viene tradizionalmente ricondotta a Pirro, figlio di Achille:

“Giovinetti e fanciulle nel fiore degli anni, tutti assai belli e splendidamente vestiti, avanzando con grazia, s'accingevano a danzare la pirrica alla maniera greca e, in file serrate, compivano eleganti evoluzioni, ora formando cerchi, ora disponendosi per linee oblique o ad angolo a formare un quadrato, ora dividendosi in due schiere. Ma quando uno squillo di tromba pose fine a tutte quelle giravolte e a quei complicati esercizi, le tende furono arrotolate, il sipario venne piegato e apparve la scena.” (Apuleio, Le metamorfosi, Libro II, cap. 29)


A seguito della terribile epidemia di peste, che colpì Roma nel 365 a.C., si indicono i Ludi Scaenici per propiziare gli dei: ne abbiamo una descrizione fatta dallo storico Tito Livio, interessante anche perché spiega la derivazione del termine istrione dal termine etrusco Ister (Ballerino).

“Senza nessun canto, senza gesti tesi a imitare mimicamente il canto, dei ballerini fatti arrivare dall'Etruria, danzando al suono del flauto, eseguivano movimenti pieni di grazia secondo il modo etrusco. I giovani cominciarono poi ad imitarli, scambiandosi nel contempo motteggi in versi volgari e accordando i movimenti alle parole. La novità piacque e si affermò sempre più. In seguito agli artisti indigeni, poiché il ballerino era chiamato con parola etrusca ‘ister’, fu dato il nome di istrioni.” (Livio, libro VII, cap. 2)

Altra figura importantissima nella cultura romana era quella del pantomimo: spesso un danzatore-acrobata, che danzava e mimava ai margini della scena ciò che gli attori narravano. Introdotta da Pilade e Bacillo nel 22 a. C., è una forma d’arte che conobbe un enorme successo a Roma. Esiste una bella rappresentazione del mito di Paride nell’Asino d’oro di Apuleio attraverso l’uso della pantomima:

“un fanciullo bellissimo e tutto nudo salvo che per la piccola clamide che gli copriva la spalla sinistra; erano uno stupore i suoi capelli biondi e da essi spuntavano due piccole ali d'oro, simmetriche, perfette: era Mercurio e portava la verga e il caduceo. A piccoli passi di danza egli avanzò reggendo nella destra una mela d'oro che porse al giovane raffigurante Paride, indicando con un cenno l'incarico che gli aveva affidato Giove, poi con la stessa grazia si ritrasse e scomparve.” (Apuleio, Le metamorfosi, Libro II, cap. 20)


L’evoluzione dell’arte della pantomima e della danza fece nascere in epoca imperiale il Tetimimo: riconducibile in parte al moderno nuoto sincronizzato consisteva in un balletto acquatico. In alcuni teatri l’orchestra veniva riempita d’acqua con un complicatissimo sistema di condotti e vari nuotatori, seminudi, si esibivano in danze mitologiche legate al tema del mare.
L’arte della danza e della pantomima, come capacità di rendere col gesto emozioni e pensieri, affascina numerosi intellettuali latini. Ricordiamo, solo come esempio, la descrizione che ne fa Quintilliano:

“Le loro mani domandano e prometto, chiamano e congedano; interpretano l’orrore, la paura, la gioia, la tristezza, l’esitazione, la confessione, il pentimento, il ritegno, l’abbandono, il numero e il tempo. Eccitano e calmano, implorano e approvano, hanno un potere d’imitazione che sostituisce le parole”. (Quintilliano, Istitutiones oratoriariae, 11, 3, 87)

L’incredibile fascinazione di quest’arte è accompagnata da scene di vera e propria idolatria nei confronti di questi danzatori-mimi. Svetonio narra uno sfizioso episodio sul culto dell’imperatore Caligola per il pantomimo Mnestere.

“[Caligola] abbracciava il pantomimo Mnestere, anche in pieno spettacolo; e se qualcuno osava bisbigliare mentre danzava, lo faceva alzare dal suo posto e lo frustava con le sue mani”. (Svetonio, Caligulae vita, 55)

Altro topos letterario che avrà larghissima fortuna fino ai giorni nostri è quello dell’incontro tra due amanti accompagnati da momenti di ballo: così Didone va incontro a Enea, simile a Diana quando guida le danze delle Oreadi (ninfe del suo seguito), nell'Eneide virgiliana:


“Nel tempio la bellissima Didone entra attorniata da una schiera di giovani fenici. Qual è Diana, allorché dell’Eurota sulle riveo pei gioghi del Cinto guida i cori, e mille vaghe Oreadi seguaci s’affollano danzando a lei dintorno”. (Eneide, Libro Primo, vv. 736 – 739)

Ma è proprio nel nascer del furor di Didone, alla notizia dell’abbandono di Enea, che Virgilio recupera i culti dionisiaci e le figure delle baccanti che ballano trasportate dell’ebbrezza. Il riferimento alla danza è implicito in questo caso, ma è fondamentale per capire il furor che coglie la disperata regina.

“Ma la regina capisce in anticipo gli inganni (chi potrebbe ingannare una persona che ama ?) e per prima avverte le mosse che stavano avvenendo, temendo anche se tutto era tranquillo. L’empia Fama riferisce a lei sconvolta dal furor che si sta allestendo una flotta e si prepara la navigazione.
Smania priva di senso e furiosa impazza per tutta la città, come una Tiade eccitata dallo scuotersi dei sacri strumenti, quando, udito Bacco, le festi biennali la esortano e di notte la chiama il Cicerone col suo grido.” (Eneide, Libro Quarto, vv. 296 e segg.)


Numerosissimi i riferimenti alla danza degli dei, in feste, o in occasione di momenti gioiosi come per esempio per il banchetto nuziale di Amore e Psiche nell’Asino d’oro di Apuleio:

“All'istante fu servito un sontuoso banchetto nuziale: lo sposo era seduto al posto d'onore e teneva fra le braccia Psiche, poi veniva Giove con la sua Giunone e quindi, in ordine d'importanza, tutti gli altri dei. Poi fu la volta del nettare, il vino degli dei; e a Giove lo servì il suo coppiere, il famoso pastorello, agli altri, Bacco. Vulcano faceva da cuoco, le Ore adornavano tutto di rose e d'altri fiori, le Grazie spargevano balsami e le Muse diffondevano intorno le loro soavi armonie. Apollo cominciò a cantare accompagnandosi sulla cetra; Venere, bellissima, si fece innanzi danzando alla soave melodia di un'orchestra ch'ella stessa aveva predisposto e in cui le Muse erano il coro, un Satiro suonava il flauto, un Panisco soffiava nella zampogna.
Così Psiche andò sposa a Cupido, secondo giuste nozze e, al tempo esatto, nacque una figlia, che noi chiamiamo Voluttà”. (Apuleio, Le metamorfosi, Libro II, cap. 34)






Nelle immagini:
- Mosè spezza le tavole delle leggi, illustrazione di Gustave Doré
- Salomè, affresco di Filippo Lippi
- Affresco del Palazzo di Cnosso, raffigurante una scena danzante
- La danza dei Feaci di Antonio Canova
- La danza degli etruschi, Tarquinia, tomba della leonessa
- Didone abbandonata, illustrazione settecentesca


ID=2135
11/6/2008
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