Antonio Cortesi, Pavia dicembre dell'anno 1796 (?) – Firenze 1879
Le prime creazioni del Cortesi rientrano stilisticamente nella tradizione italiana del balletto d’azione, che risente dell’impostazione naturalistica noverriana e della lezione di Salvatore Viganò di matrice neoclassica. Lo stile coreutico italiano, messo a punto dal Viganò col suo coreogramma e praticato anche dal Gioia, assimila e rielabora le idee di Hilverding e Noverre, concretatesi nel balletto d'azione, e le analoghe dell’Angiolini, confluite nel suo ballo pantomimo. Si giova anche del contributo del più anziano Francesco Clerico, che, a partire dall’ultimo decennio del ‘700, per i successivi 40 anni si impone sul palcoscenico della Scala come il più autorevole erede del dramma pantomimo, ideato dall’Angiolini. Lo stile italiano si caratterizza per l’importante utilizzo delle tecniche pantomime, finalizzate alla resa realistica e dettagliata del dramma, generalmente incentrato su mitologia, epica, storia. Pertanto si configura come un linguaggio narrativo particolarmente adatto a rappresentare le intricatissime vicende, molto spesso tratte dal mondo greco-romano classico, sovente truculente, che incontrano il gusto del pubblico italiano dell’epoca. Nelle premesse, il genere intende veicolare il dramma attraverso il dispiego unitario della "pura danza", ma i soggetti sono talmente complessi e macchinosi che, come detto, i balli dell'epoca devono sacrificare i passaggi danzati per privilegiare i momenti di articolata pantomima, gli unici in grado di esprimere minuti dettagli in modo realistico. La tradizione italiana scinde i ruoli pantomimici da quelli di pura danza: ai primi affida l’evoluzione della drammaturgia e in essi si cimentano veri e propri mimi; invece le parti danzate, interpretate da ballerini, sono poco più che semplici divertissement. Il genere si distingue anche per le spettacolari scene d’assieme, che coinvolgono un numero stragrande di personaggi, divisi in gruppi e, come ha osservato Stendhal con stupore, fatti “ ‘discorrere’ tutti assieme con una chiarezza individuale di gesti interdipendenti (Alberto Testa, [T] p. 8)". Negli anni che seguiranno la scomparsa di Salvatore Viganò, avvenuta nel 1821, e quella di Gaetano Gioia, avvenuta cinque anni dopo, ben pochi coreografi italiani terranno vivo lo stile del coreogramma. Oltre a Giulio Viganò e a Ferdinando Gioia, che riprendono le migliori creazioni dei più noti fratelli, il genere è praticato da Giovanni Galzerani, ad esempio col suo Corsaro rappresentato a Milano nel 1826, e da Antonio Cortesi con la sua Ines de Castro, di cui si dirà ampiamente in seguito. Le creazioni aderiscono alle tecniche pantomime e alle messe in scena spettacolari caratteristiche del cosiddetto stile coreutico italiano, messo a punto dai loro grandi predecessori. Tuttavia nessuna di queste creazioni raggiunge gli effetti spettacolari dei modelli originali, il che ne favorisce il lento declino a favore delle novità che andavano imponendosi all’Opéra di Parigi, aprendo la strada all'imminente esplosione del balletto romantico. Va, però, aggiunto che da tempo elementi di espressività romantica avevano iniziato ad inquinare la coreutica di stile italiano. Stando alla testimonianza di Stendhal ciò sarebbe occasionalmente accaduto già in alcune tra le creazioni più articolate del Viganò ([T] p. 10), anche se, nel complesso, in ogni sua nuova proposta prevale il gusto per le imponenti scene di massa, per l’articolatissima pantomima in grado di veicolare contenuti complessi nel modo più limpido, per la regia che regola il corpo di ballo in scene corali. Quanto al Gioia, anch’egli privilegia i balli eroici ispirati alla classicità greco-romana e sviluppa l’azione con raffinate tecniche pantomime, ma, in bilico tra classicismo e romanticismo, non disdegna creazioni che, sotto molti rispetti, lo collocano nella storia del balletto come un autore preromantico: nel 1822 avvia il movimento romantico con la sua Gabriella di Vergy ed emblematico è il fatto che egli stesso si premuri di sottolineare che alcune sue creazioni vanno classificate come “balli romantici”, anche se, nelle linee generali, rimangono fedeli al coreogramma. I lavori di tradizione del Cortesi si caratterizzano per uno sviluppo drammaturgico lineare, sottolineato da immagini semplici, che nulla concedono al grottesco o all’improbabile; le animano un’azione mimica di invenzione assai originale e danze vivacissime; essi riscuotono grande successo a Lisbona e sono accolti con entusiasmo in molti teatri italiani, appagando la passione di quegli spettatori per il “dramma storico danzato”. Notizie sommarie della produzione del Cortesi, che pare conti un centinaio di creazioni, si possono ricavare dai libretti, presenti in collezioni pubbliche, fatti stampare dai Teatri italiani nel corso delle loro stagioni di opera e balletto per illustrare i lavori proposti. Caso per caso, essi forniscono qualche informazione sulla versione del balletto, ma non consentono di sapere se si tratti di nuove creazioni o di semplici riprese di vecchi lavori, che il coreografo a volte ripropone col titolo cambiato. In particolare i libretti sovente non riportano l’autore o gli autori delle musiche. Va, tuttavia, segnalata la profonda cultura musicale del Cortesi, che, d’abitudine, anziché rivolgersi a un compositore unico, preferisce riunire musiche di autori differenti per arrangiarle egli stesso e adattarle al lavoro del momento.
Dopo aver rielaborato con grande successo proprio quella Gabriella di Vergy di Gaetano Gioia che fa del coreografo un autore preromantico, nel 1825 il Cortesi licenzia la prima creazione originale per il Regio di Torino (vedi NOTA 1) e subito dopo presenta al San Carlos di Lisbona Ines de Castro, la sua prima coreografia di ampio respiro, probabilmente la più rappresentativa tra le sue creazioni. Il ballo storico in cinque atti, su musiche di autori vari, tra i quali Luigi Maria Viviani e lo stesso coreografo, riprende una nota vicenda portoghese: nella prima metà del ‘300 la nobile Ines de Castro è sposa segreta del Principe ereditario al trono portoghese, Don Pedro, figlio del Re del Portogallo Alfonso IV. Il matrimonio segreto è contrario alla legge che vieta a un principe di sangue reale di sposarsi senza il consenso del sovrano e che commina la pena di morte alla donna che la faccia infrangere. Quando Don Pedro apprende dall’amico Velbo l’ordine reale di unirsi in matrimonio con l’Infanta di Spagna, Donna Bianca, è talmente turbato che Ines insiste per conoscere le ragioni della sua inquietudine. Nel sentirle, Ines perde i sensi, ma, tornata in sé, riceve le più ampie rassicurazioni dal consorte di fedeltà assoluta. L’Infanta di Spagna è ricevuta con tutti gli onori nella gran piazza di Lisbona, ma, quando è il momento di firmare davanti al popolo il contratto di nozze, Don Pedro tergiversa finché si vede costretto a confessare il precedente matrimonio. Il Re e l’Infanta non riescono a trattenere sdegno ed ira. Don Alfonso, accompagnato dall’Infanta, si presenta al Palazzo di Donna Ines per dichiarare nullo il matrimonio del figlio e imporgli la sua volontà. Quando Don Pedro ribadisce la sua fedeltà ad Ines, scoppia un alterco tra le due parti e prosegue finché Don Alfonso fa incarcerare il figlio e impedisce a Donna Ines di seguirlo. Il Re convoca Donna Ines nella Sala Regia per proporle tutta la sua assistenza e protezione purché ella rinunci ai diritti che crede d’avere su Don Pedro. Nel ringraziare, la donna rimane ferma nel suo amore per il marito; la discussione si infiamma finché Velbo fa entrare i figli della coppia segreta nella speranza che la loro vista intenerisca Don Alfonso. La voce del cuore ha il sopravvento: il Re perdona Ines e abbraccia lei e i nipoti. L’Infanta di Spagna finge rassegnazione, ma è furente e organizza la sua vendetta tramando con tre perversi cortigiani, sostenitori della parte politica filospagnola. Quando il Re si allontana per liberare il figlio e comunicargli di persona la felice risoluzione della vicenda, i cortigiani e l’Infanta mettono in atto quanto complottato: a Donna Ines viene annunciata la condanna a morte secondo le leggi del regno e, perché subisca la sentenza, viene condotta in una grotta vicino a un castello ove albergano le truppe spagnole. Don Alfonso e Don Pedro, messi al corrente del tradimento ai danni di Donna Ines, accorrono in suo soccorso. Ma è tardi e i cortigiani fedifraghi escono allo scoperto coi loro coltelli ancora macchiati del sangue della vittima. Tentano di porsi in salvo rifugiandosi nel castello, che viene immediatamente attaccato dal Re e da suo figlio. Durante l’assalto, Ines moribonda riesce a trascinarsi sin dal marito per spirare tra le sue braccia amorevoli, dopo aver baciato per l’ultima volta i figli lì condotti da Velbo e proprio nell’istante in cui la Torre del castello cede e i cortigiani vengono sopraffatti.
E' lo stesso Cortesi l'autore del libretto del balletto, ispirato a un soggetto ampiamente trattato dalla coeva letteratura romantica e dalle trasposizioni operistiche che hanno messo in scena il dramma realmente accaduto. Tuttavia, sebbene il balletto tratti temi di natura romantica, la creazione del Cortesi resta decisamente lontana dal balletto romantico parigino e si configura come un esempio paradigmatico della coreutica di stile italiano. Riscuote grande successo a Lisbona ed è accolta con entusiasmo al Regio Torino, dove viene ripresa col finale cambiato nel Carnevale 1827 con scene di Alessandro Sanquirico (NOTA 1). Sarà proposta ancora per molti anni in numerosi Teatri della Penisola, ad esempio alla Fenice di Venezia nel 1830, all'Apollo di Roma nel 1840.
Conclusa l’esperienza torinese, altri teatri italiani e stranieri riprendono i suoi lavori e ne presentano di nuovi. La Ines de Castro è acclamata alla Fenice di Venezia nel 1830 e nel 1831 trionfa alla Scala di Milano in un nuovo e spettacolare allestimento di Alessandro Sanquirico. Ne sono interpreti la grande Antonia Pallerini, Heberlé, Rouzier e Giuseppe Bocci. Il fortunato balletto raccoglie ampi consensi in molti altri Teatri della Penisola, rispondendo al gusto del pubblico italiano dell’epoca. Tra le nuove creazioni, si segnalano (NOTA 2): Guglielmo Tell, con musica di F. Green, ballo storico in cinque atti rappresentato al teatro della Pergola di Firenze nel 1829, il ballo tragico Imelda e Bonifacio, dato al Teatro alla Scala di Milano nell'Autunno 1831, da ricordare per la superba produzione con scene di Alessandro Sanquirico. Segue L'ultimo giorno di Missolungi, ballo eroico in cinque atti, su musica scritta per l’occasione da Luigi Maria Viviani, per La Fenice di Venezia nel 1832, in cui il Cortesi abbandona i consueti drammi classici e gli argomenti mitologici per trattare in un balletto un argomento di attualità: la Guerra greco-turca. I Turchi attaccano per la seconda volta la stremata Missolungi. Il greco Capsali, fidanzato di Crisa, la figlia del Polemarca, propone una sortita e la donna si offre di combattere anch'essa per la libertà, destando nelle altre donne greche il desiderio di combattere per i vecchi padri e per i figli. I Turchi hanno la meglio e Crisa è in ritirata assieme al fratello morente Alessio. Quando i nemici catturano la donna e abbandonano il fratello di lei, Capsali decide di liberarla penetrando nel campo nemico travestito da turco. Circondato da un drappello di amici greci, Capsali raggiunge la tenda ove è custodita Crisa e riesce a porsi in salvo con l'amata grazie agli amici che si immolano per lui. I Turchi, furenti, giurano la distruzione di Missolungi e lo sterminio dei Greci. A Missolungi i Greci piangono l'imminente caduta della patria quando Capsali suggerisce un piano: contrattaccare coi più forti il nemico e morire con l'armi in mano, lasciando indietro chi non può combattere, ma col compito di accendere le polveri del sotterraneo quando Missolungi sarà presa e seppellire se stessi coi nemici. Orrendo è il consiglio, ma viene seguito perché più orrenda è la schiavitù. Il soggetto, si è detto, è attuale, il balletto è trattato come un dramma storico, ma è comunque metafora di un tema di sapore romantico: l'eroismo di un popolo che si immola per non perdere la libertà. Questo ballo è poi ripreso al Regio di Torino alla fine del 1833 insieme a La vera Sonnambula, anch’essa del Cortesi, e alla Norma di Vincenzo Bellini. Il lavoro torna alla Fenice nel 1835, debutta a La Pergola di Firenze nella primavera dell'anno successivo e, nella stagione di Carnevale 1861-62, verrà messo in scena da Gaspare Pratesi, in una versione in sei atti, al Teatro della Canobbiana di Milano.
Anche se alcuni soggetti risentono dei fermenti romantici, sin qui si tratta di creazioni aderenti allo stile coreutico italiano, ispirate ai drammi anche truculenti, molto spesso letterari, che entusiasmano il pubblico della Penisola. E’ del 1833 un avvenimento che avrà un’influenza determinante sul Cortesi, spingendolo ad aprirsi al nuovo stile coreografico francese, che si stava facendo strada a Parigi. Questo ha iniziato ad esprimersi con una gestualità stilizzata, allusiva e, soprattutto, trasferita sul movimento, in antitesi al gusto italiano per la narrazione esplicita e dettagliata, veicolata dalla pantomima pura. Il nuovo stile coreutico francese si avvale della forte, ma raffinatissima, tecnica accademica di scuola francese e la finalizza a un’espressione più simbolica che realistica; lo sviluppo drammaturgico tende ad essere unitario poiché non separa più i ruoli pantomimici da quelli danzati. Il risultato è che l’azione è fatta evolvere dai danzatori attraverso un uso assai contenuto della mimica, ma anche mediante momenti danzati costruiti in modo da alludere allo stato d’animo dei personaggi e ai loro rapporti. Non mancano i divertissement puri, ma sono accostati a danze strettamente inquadrate nella drammaturgia, anche se obbligate a rinunciare al dettaglio naturalistico, che può essere veicolato solo da una pantomima articolata. Queste caratteristiche di stile, unite ai nuovi soggetti fantastici, che gravitano attorno all’interazione degli uomini con creature soprannaturali, rivelano i primi germi del balletto romantico. E’ proprio il nuovo stile coreutico francese ad aprire la strada agli stilemi romantici nel balletto, avviando un fenomeno assai tardivo nella forma di spettacolo, rispetto a quello già avvenuto in letteratura e in arte.
“L’esperimento di introdurre lo stile coreutico italiano a Londra non venne più ripetuto: era troppo lontano dalla tendenza a fondere danza e mimo. Altrettanta espressività si sarebbe fatta strada nel balletto, ma sarebbe arrivata con le interpretazioni di quelle attrici-ballerine come Fanny Elssler e Carlotta Grisi, che fondevano la danza con gli aspetti interpretativi dei loro ruoli così profondamente che sarebbe stato impossibile separare la prima dai secondi”.
“ … le versioni predilette di questi balletti, allestite da coreografi italiani, ebbero successo grazie a talune notevoli modifiche della struttura originaria. Si dovettero rielaborare trame, coreografie e musiche per adeguarle ai nuovi esecutori e per renderle appetibili alle platee d’Italia. …”
Al Carlo Felice di Genova nella primavera 1837 debutta La Silfide ovvero il Genio dell’Aria con libretto e coreografia del Cortesi. E' noto che questa versione del Cortesi, pur ripresa dall'originale del Taglioni, ingloba elementi mitologici ed è a lieto fine. E' inoltre verosimile che, nelle successive riprese, il Cortesi non abbia alterato la sua drammaturgia in maniera consistente e, dunque, è ipotizzabile che la Sifide genovese e le successive proposte del Cortesi del balletto abbiano nella sostanza la drammaturgia riportata nel libretto per la ripresa bolognese del 1844. Da questo si deduce che la vicenda che coinvolge la Silfide del Cortesi è considerevolmente fedele a quella originale col solo cambiamento del finale: Amore, commosso dalle preghiere di James, restituisce la vita alla Silfide e unisce i due innamorati. Alcune fonti segnalano che la coreografia è su musica, in parte già esistente e in parte scritta per l’occasione, di Gioacchino Rossini, Saverio Mercadante e Antonio Mussi. Stando ai giudizi di Rossi e di Aguirre più sopra riportati, pare non avesse molto in comune col balletto romantico francese, anche se era chiaro il passo compiuto per allontanarsi dalla lezione del Viganò. Una versione de La Silfide dovuta al Cortesi viene successivamente proposta nei maggiori Teatri italiani (cfr. anche [Ph], pag. 99) secondo le date che figurano nei libretti, presenti in collezioni pubbliche, fatti stampare dai Teatri italiani nel corso delle loro stagioni di opera e balletto per illustrare i lavori proposti. Caso per caso, essi forniscono qualche informazione sulla versione del balletto, ma non consentono di sapere in che misura la nuova proposta rifletta precedenti versioni di Silfide, anche se, come ipotizzato, sostanziali cambiamenti sono improbabili. Il balletto è a Firenze al Teatro della Pergola nell’autunno del 1837, presentato come un “ballo mitologico in due parte” dal libretto pubblicato nel 1837, presente nella Ruth Neils e John M. Ward Collection, conservata presso la Harvard Theatre Collection. Ancora una Silfide del Cortesi è in scena a Venezia alla Fenice nella stagione 1837-38 (carnevale 1838) con interprete Amalia Brugnoli. Nei due casi di Firenze e di Venezia è verosimile sia ancora su musica di Rossini ed altri; in entrambi i casi, tuttavia, Alberto Testa, sottolinea che non sono noti gli autori delle musiche (cfr. Testa [T], pag. 13) (NOTA 4 e, per le creazioni del '38, Nota 5).
Per il Carnevale del 1839, al Teatro Regio di Torino, il Cortesi mette in scena, tra altre cose, una Silfide, “ballo mitologico in due parti”, interpretato nel ruolo del titolo da Luigia Groll. Lo conferma il cast del “ballo comico” la Silfide di Antonio Cortesi riportato in un più ampio libretto essenzialmente dedicato al melodramma in tre Atti Il Giuramento, su musiche di Saverio Mercadante e testo di Gaetano Rossi. Il libretto dell’opera Il Giuramento, stampato a cura dell’Impresa dei Regi Teatri, presente presso la Biblioteca Pubblica Bavarese, raccoglie informazioni anche su altri lavori rappresentati davanti alla famiglia reale. E’ inframmezzato dal libretto del “ballo serio” Nabuccodonosor e, al termine, riporta il solo cast del “ballo comico”: La Silfide di Antonio Cortesi. La pagina è tuttavia sufficiente per dedurre una certa aderenza al programma del Nurrit, anche se l’azione è ambientata in Svizzera. Infatti in scena, accanto alla Silfide e alle sue compagne, sono gli abituali personaggi della Silfide del Taglioni, ancorché non scozzesi: James Keuber, un paesano svizzero, sua madre Anna Keuber, la fidanzata Effie, lo sciocco Gurn, amico di James, e la vecchia strega Madge.
Il balletto si apre nel Tempio di Salomone, ove il popolo ebreo invoca l'aiuto divino contro Nabucco, che sta saccheggiando le loro terre con le sue milizie Babilonesi capeggiate da sua figlia Abigaille. L'altra figlia di Nabucco, Fenena, è prigioniera degli ebrei e, quando costoro decidono di ucciderla per vendetta, l'ebreo Ismaele la salva intercedendo in suo favore. Il sacerdote Zaccaria esorta i soldati a difendere il Tempio, ma Nabucco ha la meglio e profana il luogo sacro entrandovi a cavallo. Libera la figlia Fenena e la invia a Babilonia affinché governi in sua assenza. L'incarico dato a Fenena desta l'ira della sorella maggiore Abigaille, che reclama il comando come diritto di primogenitura. Ma Nabucco rimane fermo nella sua decisione. A Babilonia Fenena ed Ismaele si amano; la reggente elargisce la sua protezione al popolo ebreo prigioniero e si converte alla loro religione. Sopraggiunge Abigaille che, annunciata la morte di Nabucco, si dichiara la nuova sovrana e decreta la morte dell'amante di Fenena e lo sterminio del popolo ebreo. Ma la notizia della morte del Re è falsa: la smentisce l'arrivo dello stesso Nabucco, che, furente per il tradimento di Abigaille, le mostra la prova che ella non è sua figlia legittima. Abigaille, caduta in disgrazia, medita la vendetta con l'aiuto dei sacerdoti: durante i festeggiamenti per il ritorno del Re, la malvagia donna accusa Fenena d'aver salvato un ebreo e il grande Sacerdote dichiara Fenena inadatta al trono per tale motivo. Nabucco, irato contro i Sacerdoti e contro tutti, rifiuta di ascoltarli e si proclama il loro nuovo Dio. La bestemmia scatena una forza soprannaturale che gli strappa la corona e lo avvia verso la pazzia. Ciò consente ad Abigaille di dichiararsi nuovamente Regina e di decretare lo sterminio del popolo ebreo, inclusa Fenena, che si era convertita. Abigaille sottrae facilmente all'insano Nabucco la prova della sua nascita e lo convince ad apporre il suggello sul decreto di condanna. Resosi conto d'aver mandato a morte anche l'amata figlia Fenena, Nabucco si rivolge al Dio degli ebrei e Gli chiede perdono. D'un tratto gli sono ridate le forze e il senno. Fenena, Ismaele, Zaccaria e gli ebrei tutti son condotti a morte e, appena dopo che Fenena è stata giustiziata, sopraggiunge Nabucco con le sue guardie, colpisce a morte Abigaille, abbraccia il corpo di Fenena e si dispera per la sua perdita. Ma si ode un suono celestiale e Fenena rivive, abbraccia il padre e Ismaele. Nabucco libera gli ebrei e invita i Babilonesi a prostrarsi al vero Dio. Il soggetto, dunque, comprende come sfondo storico della vicenda il saccheggio del Tempio di Gerusalemme e la seconda invasione ad opera del re babilonese Nabucodonosor II avvenuta tra il 587 ed il 586 a.C. Inutile dire che la brama di libertà espressa dal popolo ebreo angariato dal giogo assiro è metafora di un tema romantico: l'amor patrio e l'aspirazione alla libertà.
Nel frattempo l’Opéra di Parigi ha registrato il trionfo di Giselle nel 1841 e il balletto ha già debuttato in Italia col titolo Gisella ossia Il Ballo notturno il 26 dicembre 1842 al Teatro Regio di Torino. La ripresa è di Nathalie Fitzjames, che, a Parigi, aveva danzato nel passo a due del I Atto: ora a Torino è Gisella, Arthur Saint-Léon è Albert e Amalia Ferraris è Mirta. Il prototipo del balletto romantico approda al Teatro alla Scala di Milano durante il Carnevale 1843, il 17 gennaio, come Gisella ossia le Willi, ballo fantastico in cinque quadri, composto e diretto dal Cortesi. La musica originale di Adam viene tagliata e profondamente alterata da Giovanni Bajetti, integrata da musica da lui composta in parte per la circostanza e in parte già esistente. L’impaginazione è dello stesso compositore. Le scene sono di Baldassarre Cavallotti. Attesissima è Fanny Cerrito nel ruolo del titolo, accompagnata da Francesco Merante, e le 24 recite provano il successo della creazione d’origine francese. Tuttavia, nella Prefazione del libretto, presente presso la Biblioteca Pubblica Bavarese e al Civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna (libr. 7535), lo stesso coreografo accenna all’ascendenza sia francese che italiana della sua proposta e precisa:
Nel corso degli anni ’40 le versioni del Cortesi di Giselle approdano nei maggiori teatri italiani, con l’eccezione del San Carlo di Napoli, che presenterà il balletto sotto la direzione di Salvatore Taglioni. Il balletto è ripreso dal coreografo in persona o da Daniele Ronzani.
Con Beatrice di Gand ovvero Un Sogno, azione mimica in tre parti e nove quadri, il Cortesi torna a proporre la sua versione di un celebre balletto romantico, precisamente de La Jolie Fille de Gand di Albert. Mantiene le linee generali della drammaturgia originale, dovuta a Jules Henry Vernoy de Saint-Georges, ma introducendovi alcune alterazioni minori. Anche la musica è quella originale di Albert Adam ed altri compositori; la coreografia, invece, aderisce allo stile messo a punto dal Cortesi: si avvicina allo stile coreutico francese grazie alla riduzione dei passaggi di pantomima pura e alla fusione di questa con la danza, ma strutturalmente rimane una sequenza di danze con pantomima in cui emerge la bravura attoriale dei danzatori "italiani", non ancora ridotta alle stilizzazioni dello stile francese. Il balletto debutta alla Scala di Milano nel 1845, è lì ripreso da Daniele Ronzani nel carnevale 1847 ed è rappresentato frequentemente in numerosi teatri Italiani fino alla morte del coreografo, ad esempio al Teatro Comunale di Bologna nel 1852 col titolo La bella fanciulla di Gand ovvero un sogno. Il ruolo del titolo è creato da Fanny Elssler, quello del fidanzato Benedetto da Ippolito Monplasir, mentre, alla prima, il maestro di ballo Zeffiro è interpretato dal grande mimo Effisio Catte.
L'attenzione del Cortesi per i fermenti romantici nel balletto torna evidente con La figlia del Danubio, azione fantastica in due parti e quattro quadri, composta -recita il libretto- " sulle tracce del programma del Sig. Filippo Taglioni con musica del M. Adam. Va in scena nel Teatro San Benedetto di Venezia la Primavera del 1845 ed è qui interpretato dalla stessa Maria Taglioni, che, a Parigi, aveva creato il ruolo del titolo nella versione originale del padre ([S2] p. 181). Maria è Fior d'Amore, la figlia del Danubio, mentre il ruolo di Rodolfo, paggio del Barone del luogo, è creato da Merante. La figlia del Danubio è stata trovata ancora bambina da Irmengarda, che l'ha adottata e cresciuta. Ormai adulta, è legata a Rodolfo da tenera passione, favorita da una Ninfa del fiume che vigila sugli innamorati e li protegge. Gli araldi del Barone annunciano un ballo al castello, al quale sono invitate tutte le fanciulle in età da marito, tra le quali il nobile sceglierà la sposa. Il nobile sceglie proprio Fior d'Amore, che, disperata, pur di restare fedele all'amato Rodolfo, si getta nelle acque del Danubio, dopo aver lanciato all'amato il suo mazzolino di fiori. Rodolfo perde il senno per il dolore e vaga sulla riva del fiume nella speranza di rivedere l'amata. Quando gli si avvicina il Barone intenzionato a soccorrerlo, il Paggio sguaina la spada memore che proprio il Barone è causa del suo dolore. Interviene Giulia, un'amica di Fior d'Amore, che cerca di placare il giovane presentandosi velata per fingersi la figlia del Danubio. Rodolfo scopre l'inganno e, irato, per non cadere nelle mani del Barone, si getta anch'egli nelle acque del fiume. Qui è soccorso dall'amata Fior d'Amore e la Ninfa che li protegge, commossa dalle loro preghiere, unisce le loro mani ed ordina che la loro unione sia celebrata da danze generali.
NOTA 1. In questa e in successive Note si raccolgono i titoli dei principali balletti creati dal Cortesi, evitando di appesantire il testo con elenchi informativi, per i quali si rimanda ad [A]. Dopo aver composto un Septimino per L. Astolfi e rielaborato la Gabriella di Vergy di Gaetano Gioia, il Cortesi crea per il Regio di Torino L'Oreste per il carnevale 1825, al quale segue il debutto a Lisbona di Ines de Castro. Tra le creazioni del Cortesi per il Regio di Torino si ricordano i titoli seguenti: nel 1826 Il castello del diavolo, Chiara di Rosemberg, Pazzi per progetto, ballo di nezzo carattere; nel 1827 Don Chisciotte ossia Le nozze di Gamascio, William Wallace e Aladino, rappresentato assieme alla ripresa per Torino, menzionata nel testo, della Ines de Castro: entrambi i balletti sono rappresentati a complemento dell’opera Il Crociato in Egitto di Giacomo Meyerbeer. Dopo i citati Alceste e Zaira dati alla Scala di Milano nell'autunno 1827, il Cortesi torna al Regio nel 1828 con Mister Jaquinet, L'Orso e il Bassà, Antonio Foscarini e nel 1829 con Otto giorni di matrimonio ossia La luna di miele, Pranzo alla fiera ossia Don Desiderio direttore di pique-nique, il citato I Crociati a Damasco e Merope.
NOTA 2. Un elenco più ricco delle creazioni del Cortesi per i teatri italiani, una volta conclusa l’esperienza torinese, comprende, oltre al citato Guglielmo Tell per la Pergola di Firenze nel 1829: Imelda e Bonifacio nel 1830 ancora a La Pergola, Chiara di Rosemberg, ballo eroico in cinque atti per La Fenice di Venezia nel 1830, Imelda de' Lambertazzi del 1831 con musica di Luigi Viviani, per il teatro Comunale, Toscar, ballo tragico in cinque atti, con musica di V. Schira e Il Velocifero di Parigi per la stagione 1831-32 del teatro alla Scala di Milano, il citato L'ultimo giorno di Missolungi per La Fenice di Venezia nel 1832, ivi ripreso nel 1835, e La vera Sonnambula per il Regio di Torino.
NOTA 3. Ai citati Masaniello e Marco Visconti si aggiungono nel 1833 Le piccole Danaidi, balletto comico-mitologico in tre atti per il teatro Regio di Torino, nel 1836 Gismonda per La Fenice di Venezia, nel 1837 L'arrivo della diligenza, Il passaggio della Beresina e Gli Spiriti assassini, tutti per il Carlo Felice di Genova, il poco apprezzato Il ratto delle venete donzelle, ballo storico su musica in gran parte di Viviani, per la riapertura nel dicembre 1837 del teatro La Fenice, dopo l'incendio che lo aveva completamente distrutto.
NOTA 4. E’ verosimile che tutte le riprese de La Silfide di Cortesi siano sulla citata musica di Rossini ed altri, eventualmente con modifiche minori. Tuttavia, il sito internet che riporta la presenza nella collezione Walter Toscanini del libretto della versione di Venezia segnala che la musica sarebbe di Jean Schneitzhoeffer. Analoga segnalazione sussiste per la versione Scaligera, contraddicendo quanto affermato sul sito della Scala, e per la versione per Bologna.
Alla Scala di Milano era già apparso un balletto che annoverava una Silfide come protagonista, ancor prima che il Taglioni affrontasse, sotto analogo titolo, ma diverso contenuto, un tema fantastico a Parigi nel 1832. Si tratta de La Silfide ovvero Il genio dell'aria, ballo magico mitologico in tre atti, che Louis Henry aveva coreografato su musica di Luigi Carlini, Gioachino Rossini, Giovanni Pacini, Michele Enrico Carafa de Colobrano per la stagione di Primavera del 1828.
Tiepida era stata l’accoglienza riservata dal pubblico scaligero alla creazione e ai suoi interpreti: “Antonio Guerra e Teresa Héberé …. Ebbe una ventina di repliche. Fra gli altri c’erano i soliti Ramaccini (Antonio), Coppini (Antonio e Gioacchino), Pietro Trigambi; scenografia del Sanquirico, quindi ancora un legame col recente passato accademico, figurativamente neoclassico, ma il successo fu esitante proprio per il disorientamento fra il pubblico scaligero sempre così ancorato al passato e al presente, difficilmente orientabile verso i tempi nuovi. (Alberto Testa, [T], p. 13)”
NOTA 5. Il 1838 è un anno ricco di creazioni: Il Furioso nell'isola di San Domingo per il teatro della Pergola a Firenze, Il rinnegato ossia la battaglia di Navarino, ballo storico in tre atti presentato a Senigallia al teatro Comunale e alla Pergola di Firenze, I figli di Edoardo IV con musica di L. F. Casamorata e L. Viviani, presentato al teatro alla Scala di Milano. A Torino al Teatro Regio nel 1839 il Cortesi mette in scena Le furberie di Frontino e, per il Carnevale, una Silfide, come anticipato nel testo.
NOTA 6. Si presenta qui un elenco maggiormente nutrito dei balletti creati dal Cortesi negli anni '40 dell'800; al citato Mazeppa del 1841, si aggiunge Astuzia contro astuzia ossia Il matrimonio per scommessa per il teatro Regio di Torino del 1842; lo stesso anno Cortesi torna al teatro San Carlos di Lisbona con Os Doudos por projecto. Seguono: ll primo navigatore per il teatro della Pergola di Firenze del 1844; Il passaggio della Beresina ossia Delvat e Alessina, rappresentato a Cremona, al teatro Concordia nel 1845; Gismonda da Mendrisio, ballo storico in cinque atti, per la stagione di Carnevale del 1845 del Teatro alla Scala e i già citati Beatrice di Gand ovvero Un sogno e La Figlia del Danubio dello stesso anno; nel 1846 alla Pergola di Firenze debuttano Armida e Rinaldo con musica di L. Viviani e I Vespri siciliani, mentre l'anno successivo vanno in scena Marequita e Ines figlia dell'alchimista, significativamente presentata come azione romantica in sei quadri, e il Fausto, ballo fantastico in cinque quadri, entrambi con musica di L. Viviani. I due ultimi balletti sono inframmezzati dal ritorno al teatro San Carlos di Lisbona con Adina, ou A promessa de matrimonio e, sempre nel 1847, da Il pescatore di Brindisi per il teatro Apollo di Roma.
NOTA 7. Dopo Ondina ossia La fata delle acque, creato su musiche di G. Giaquinto e L. Viviani al Filarmonico di Verona nel 1850, nel 1851 crea La Gerusalemme liberata, azione mimica coreografica in cinque parti, su musica scritta espressamente dal Viviani e pezzi di altri compositori, rappresentata Real Teatro S. Carlo il 4 ottobbre 1851 per l'onomastico del principe ereditario S.A.R. il duca di Calabria. Nei primi anni '50 il Cortesi presenta alcune creazioni al teatro Apollo di Roma: Fazio e Alì Pascià de Delvino, su musica di L. Viviani, nel 1851, La Vivandiera al campo dei re di Prussia nel 1852 e, l'anno successivo, La recluta in Africa e la ripresa de La Gerusalemme liberata. L'autunno del 1852 è la volta de L' isolano, ballo tragico in cinque atti per il Teatro comunitativo di Bologna. Come detto le creazioni note si concludono nel 1859 con La liberazione di Lisbona e Fior di Maria, già menzionati nel testo.
BIBLIOGRAFIA
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[G] Ivor Guest, The Romantic Ballet in England, Phoenix House Ltd, London, 1954
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[Ph] A.A.V.V., Phaidon book of the Ballet, Phaidon Press ltd, 1981
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[S] Debra H. Sowell, A Plurality of Romanticism: Italian Ballet and the Repertory of Antonio Cortesi e Giovanni Casati, University of Illinois press, Dance Research Journal, Vol. 37, No. 1, Summer, 2005
[S1] Stendhal, Rome, Naples et Florence in Voyages en Italie, 2a edizione, 1826
[S2] Madison U. Sowell, Debra H. Sowell, Francesca Falcone, Patrizia Veroli, Il Balletto Romantico, Tesori della collezione Sowell, L'Epos, 2007
[T] Alberto Testa, Due secoli di Ballo alla Scala, 1778 – 1975, Museo Teatrale alla Scala, Catalogo dell’omonima mostra, 8 febbraio – 8 marzo 1975
Nelle immagini:
- Fanny Cerrito ne La Silfide di Cortesi
- Figurino di costume per il personaggio di Terigi Conte di Fiandra ne I Crociati a Damasco
- Figurino di costume per il personaggio di Noradino ne I Crociati a Damasco
- Nota per il vestiario de I Crociati a Damasco
- Alessandro Sanquirico, Atrio nel palazzo d'Orlando: Scena per Imelda e Bonifacio
- Locandina relativa a due spettacoli di opera e balletto: il secondo è una ripresa de L'ultimo giorno di Missolungi
- Antonietta Pallerini, ritratto
- Elogi in onore della Pallerini
- Prova al Teatro Ducale di Parma, Vincenzo Bertolotti
- Frontespizio del libretto per Nabuccodonor
- Fanny Cerrito, ritratto
- Frontespizio del libretto Gisella o le Willi
- Frontespizio del libretto di Mazeppa
- Manoscritto con appunti coreografici per Mazeppa
ID=2904
21/1/2012
Marino Palleschi 


