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intervista: Wayne Eagling, la dura vita del direttore artistico...


Wayne Eagling, canadese di nascita, ma europeo di fatto, ha diretto brillantemente per dodici anni (1991-2003) il Dutch National Ballet. Lo abbiamo incontrato per scoprire qualcosa di più sui molteplici aspetti di un lavoro, quello del direttore di compagnia, fatto di scelte artistiche e ricco di problemi, finanziari e non. Senza dimenticare la sua esperienza come principal dancer del Royal Ballet di Londra, di cui parla così…

E’ passato molto tempo da allora, ma quello che era molto interessante a quei tempi era l’attività coreografica che stavano portando avanti Ashton e MacMillan: era eccitante perché avevamo sempre nuovi lavori. Io sono entrato in compagnia nel 1969 e nel ’74-’75 avevo già ballato la maggior parte dei ruoli principali e questo è importante perché non mi ha mai fatto sentire il bisogno di cambiare compagnia, di provare altre esperienze al di fuori del Royal Ballet. C’era sempre qualcosa da fare: Kenneth creava un nuovo balletto, poi si ballava per una settimana il Lago dei cigni, poi c’era un trittico la settimana dopo… era davvero entusiasmante. Ed erano i tempi di Nureyev, di Margot Fonteyn e, pochissimi anni prima di me, di Antony Dowell e David Wall: mi piace chiamarli ‘gli anni d’oro’.

Ora la Compagnia è molto cambiata. Hanno aperto le porte a ballerini che vengono da scuole molto diverse e che hanno stili diversi. In un certo senso non è più così ‘british’ come negli anni passati. Vorrei sapere cosa pensi di questa nuova situazione.

Ora tutti si sono molto uniformati. Tutte le compagnie ballano pressoché lo stesso repertorio: vai a New York e ballano il Romeo e Giulietta di MacMillan, vai alla Scala e ballano il Romeo e Giulietta di MacMillan, vai a Londra e ballano il Romeo e Giulietta di MacMillan… tutte le compagnie fanno Balanchine. Ora c’è Christopher Wheeldon e tutti ballano Christopher Wheeldon. Prima era molto diverso. Il Royal Ballet era molto ‘british’, o meglio, era aperto al Commonwealth: io stesso sono potuto entrare a far parte della Compagnia perché sono Canadese. Adesso invece è tutto più omologato: le uniche piccolissime differenze sono che il Royal Ballet continua ad avere nel suo repertorio moltissimo MacMillan ed Ashton, lo Stuttgart mantiene in repertorio Cranko… ma quando vai a Stoccarda anche lì trovi la Fille Mal Gardée di Ashton.

Repertorio a parte, pensi che comunque, al di là di questi cambiamenti, compagnie come il Royal Ballet mantengano una caratteristica che le differenzia dalle altre?

Secondo me la differenza tra le compagnie sta nel tempo che dedicano alla preparazione dei balletti: quanto lavorano in dettaglio sui ruoli per renderli veri, la possibilità che hanno di fare le prove, di studiare… penso che in questo il Royal Ballet sia molto forte, anche se dovrebbe investire maggiormente in nuove creazioni.

Passando alla direzione del Dutch National Ballet quanto e cosa hai portato della tua esperienza al Royal Ballet?

Quello che sicuramente ho cercato di portare dalla mia precedente esperienza è stato l’altissimo livello qualitativo delle performance e la forte preparazione classica. Ma quando sono arrivato in Olanda ho trovato molto interessante la tradizione portata avanti da Hans Van Manen, Rudi Van Danzig e Toer van Schayk, basata tutta sulla creazione di nuovi lavori. Quando sono diventato direttore nel 1991 la situazione era cambiata perché Rudi era andato in pensione e Hans si era trasferito al Nederland Dance Theatre quindi la mia prima preoccupazione fu quella di trovare nuovi coreografi.
Nei miei anni di direzione ho sempre cercato di incoraggiare gli artisti a creare nuovi balletti per la compagnia. In particolare ho spinto molto su Ted Brandsen, Krzysztof Pastor, che ora è diventato coreografo residente della compagnia, e David Dawson.
In sintesi quello che ho cercato di fare era portare la qualità del Royal Ballet, in modo da attrarre i migliori artisti, facendo attenzione però ai ballerini olandesi, non limitandomi a far ripetere loro solo i lavori già danzati nel passato.


Al di là delle scelte ‘artistiche’ il direttore di una compagnia deve essere sempre più in grado di affrontare i numerosi problemi legati alla gestione finanziaria. Quale è stata la tua esperienza in questo campo? Quali difficoltà, più o meno aspettate, hai dovuto affrontare e come lo hai fatto?

In Olanda il governo decide ogni quattro anni l’entità dei finanziamenti. Quando io sono arrivato c’erano stati dei tagli di ben 2 milioni di fiorini olandesi, cinquecento per anno. La prima cosa che dovetti fare era scegliere quale fosse la priorità. Decisi quindi di ridurre il numero dei danzatori passando così dai 93 iniziali a 78 e di dividerli in piccoli gruppi: facendo così riuscii a far lavorare di più i ballerini e a ridurre i costi, ma il problema si ripresentò ancora perché il governo decise di tagliare nuovamente i fondi…
Meno soldi hai ovviamente, meno sono poi le possibilità di correre dei rischi, di puntare su nuove creazioni, di sperimentare: devi cercare di proporre nuovi lavori, che richiedono grossi investimenti, e allo stesso tempo garantirne il successo.
Decisi poi di non ricorrere a ballerini ospiti, limitandomi a chiamarne alcuni una volta all’anno per qualche gala: questa politica, completamente diversa da quella di altre realtà come il Royal Ballet e La Scala, ha permesso ai miei ballerini di crescere molto ed è servita a richiamare gli artisti migliori che hanno visto nella Compagnia prospettive di carriera. Allo stesso tempo però non ho mai negato la possibilità ai miei danzatori migliori di andare a danzare fuori dal Dutch come ospiti.

C’è un progetto che ti sarebbe piaciuto realizzare come direttore artistico?

Mi sarebbe piaciuto realizzare un balletto basato sulla storia di Robin Hood, ma penso che l’Olanda non fosse il posto giusto; forse in Inghilterra sarebbe stato perfetto, perché la storia, seppur nota a tutti, è nata lì. Per il resto non ho grandi rimpianti. Certo quando ero direttore non ho creato moltissime coreografie, ma tutti i progetti che ho affrontato sono stati un’avventura.

Prima hai accennato alla Scala. Tu hai avuto modo di lavorare molto anche in Italia, anche recentemente con l’Opera di Roma. Cosa pensi della situazione italiana?

Penso che il problema principale della danza in Italia sia che ci sono troppi ballerini vecchi. E’ un problema per il pubblico, per i ballerini che ormai non sono più in grado di danzare e per i ballerini giovani. Ci sono molti ballerini di talento che sono costretti ad andarsene perché non c’è posto per loro. Ovviamente dipende tutto da errori commessi nel passato, ma se non vi si pone rimedio la danza in Italia non riuscirà mai a risollevarsi.

Da un punto di vista contrattuale come è la situazione in Olanda?

Un contratto a tempo indeterminato in Olanda garantisce il lavoro fino a 38 anni. Quando si raggiunge quell’età è poi il direttore che decide se prolungare il contratto annualmente, solo se si tratta di persone particolari: mi è capitato di avere danzatori validissimi che hanno lavorato con me fino a 45 anni. Se invece sei un ballerino ordinario lo Stato ti dà quattro anni per reinserirti nel mondo del lavoro: il primo anno ottieni il 90% del tuo ultimo stipendio, poi l’80%, il 70%... e con questi soldi cerchi di reinserirti, il che non vuol dire necessariamente rimanere nel mondo della danza.
Penso che questo sia un modo interessante di affrontare il problema perché dà comunque alle persone l’opportunità di continuare a lavorare, versando i contributi per poi andare in pensione.
Qui si vedono ballerini nelle classi che sono stanchi e vegetano: questo distrugge la compagnia. Non è giusto che un ballerino italiano a 25 anni non sia ancora riuscito a danzare come dovrebbe. Se si cominciasse ora ad affrontare il problema, probabilmente la situazione si risolverebbe in una decina di anni, ma è necessario che qualcuno cominci… non ha senso che un ballerino a quarant’anni debba pensare a portare per i successivi dodici le propria ossa stanche in studio. E non ha senso perché il pubblico vuole vedere gente giovane in scena. Anche i più bravi al massimo a 45 anni dovrebbero smettere, non è giusto che ci siano persone che continuano a ballare ruoli che dovrebbero fare altri. Questo è il mio consiglio per l’Italia…

Spero che qualcuno lo ascolti… Progetti per il futuro?

Dopo essere stato direttore artistico mi sono rilassato un bel po’… non dovevo più preoccuparmi di settanta persone che si lamentano perché ne sono state scelte altre al posto loro e cose così… Mi sono occupato di alcune nuove produzioni ad Hong Kong e negli Stati Uniti portando avanti la mia attività di coreografo. Ma penso che ora sia arrivato il tempo di tornare alla direzione di qualche compagnia.

C’è qualche posto in particolare dove ti piacerebbe lavorare?

Mi piacerebbe molto ritornare in Gran Bretagna, ma non è fondamentale. Quello che conta davvero è che la compagnia abbia le potenzialità per crescere. E’ più facile dirigere una grossa compagnia di successo, ma sono convinto che dia molte più soddisfazioni lavorare con realtà più piccole come ha fatto John Cranko con lo Stuttgart: partendo da poco ha creato quello che tutti ora possono ammirare. Dirigere una grossa compagnia è un po’ come condurre una nave: ci si limita ad evitare che vada contro gli scogli…

Nelle foto Wayne Eagling ora, in posa, e nel Romeo e Giulietta di MacMillan


ID=321
26/3/2005
Mauro Beretta leggi gli articoli di berryspidinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook





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