La storia della danza europea del 1700 è attraversata da due anime che, sebbene apparentemente antitetiche, interagirono mutuamente, concorrendo entrambe al suo sviluppo. La prima metà del secolo fu dominata, in Francia, dall’opéra-ballet, forma di spettacolo che univa al canto lirico una danza concepita come arte pura, come decorazione fatta di sofisticati giochi di linee e piacevoli virtuosismi senza alcun fine salvo quello di dilettare. Questo genere fu favorito dal fatto che la tecnica aveva fatto progressi enormi grazie al lavoro svolto dall’Académie Royale de la Danse (Opéra), voluta da Luigi XIV. Il decorativismo straripante dell’opéra-ballet avrebbe incontrato il favore del pubblico per tutto il secolo, tuttavia, accanto a ballerini, come la Camargo e la Barbarina, che costruivano il loro enorme successo sul solo bagaglio di prodigi tecnici, cominciavano a farsi strada artisti, come Maria Sallé, che, invece, puntavano sulle loro doti interpretative. Verso il 1750 la danza di espressione assunse un rilievo raramente raggiunto in passato: il pensiero illuminista aveva reso i tempi maturi per la riforma di Hilverding, Angiolini, Noverre e per i successivi contributi di Viganò. Col ballet d’action i riformatori inventarono il concetto moderno di balletto: la narrazione di una drammaturgia veicolata da danza e pantomima, al cui sviluppo concorrevano, oltre alla musica, anche scene, costumi e illuminotecnica. Insomma l'idea di base fu che anche il movimento potesse svolgere la stessa funzione di veicolo del dramma, che sino ad allora era stata appannaggio di recitazione e canto, fatti salvi i soli contributi in questo senso della Commedia dell'Arte. Dunque, verso il 1750 fino alla fine del secolo, ecco che la danza è animata da due anime ben distinte, entrambe importanti: quella sorretta dalla pura tecnica e quella di interpretazione, di mera espressione dei sentimenti.
A questo secondo genere, l’interpretativo, rimase per parecchio tempo estranea la tecnica delle punte, che, invece aveva cominciato a fare qualche sporadica ed embrionale apparizione nella danza di tipo virtuosistico, come ulteriore prodezza tecnica fine a se stessa, da aggiungere a quelle consolidate e ad altre in evoluzione. Pertanto, sebbene oggi la tecnica delle punte sia comunemente intesa come uno strumento di espressione, per tracciarne l’evoluzione non è a questa forma di danza che dobbiamo inizialmente guardare ma a quella di tradizione, virtuosistica e artificiosa, lontana dalla riforma.
Infatti Gardel con opportune nomine di collaboratori favorì la novità tecnica del cambio della posizione di base dovuto a un crescente impiego della mezzapunta - con la conseguente forte influenza sullo stile dell’esecuzione - naturale prodotto della ricerca di virtuosismi sempre più raffinati, caratteristici della danza di fine secolo.
Nel 1813 la Gosselin stupì il pubblico dell’Opéra salendo abbastanza a lungo sulle punte, durante la ripresa parigina di Flore et Zéphire, rarissima prodezza tecnica per una ballerina classica, ripetuta anni più tardi da Maria Taglioni sul palcoscenico dell’Opéra. Didelot lasciò presto la Francia ove aveva trovato un ambiente ostile, in quanto dominato dai sostenitori delle coreografie di Gardel e da un pubblico più assetato di tecnica spinta che affascinato da una danza aerea e leggiadra. Ma ormai l’exploit della Gosselin aveva mostrato non solo che la tecnica delle punte era passibile di ulteriori sviluppi ma, soprattutto, che poteva essere piegata ad esigenze di espressione e di interpretazione.
Ma fu Istomina l'allieva favorita da Didelot; in lei le grandi doti espressive erano sostenute da un virtuosismo brillante e da un aplomb straordinario. Qualità, queste, sviluppate dagli studi fatti proprio col Didelot, che la fece debuttare col suo Aci e Galatea nel 1815. La sua danza in questo lavoro fece talmente scalpore che Alexander Pushkin volle lasciarcene la descrizione. I primi e migliori anni della carriera della Istomina coincisero col momento in cui la danza iniziava ad adottare temi ed immagini romantiche e, sotto la guida di Didelot, la Istomina si fece sensibile interprete di questi fermenti. Un ulteriore contributo allo sviluppo in senso espressivo della tecnica delle punte è verosimilmente dovuto più che alla sola Istomina, al suo rapporto di collaborazione strettissima con Didelot. Non sappiamo da quale ripresa di Flore et Zéphire Didelot abbia inserito esplicitamente nella coreografia alcuni passaggi in punta, ma è certo che lo fece. Secondo Guest è possibile lo avesse già fatto quando il balletto fu interpretato dalla Danilova, ma lo aveva sicuramente fatto quando Istomina riprese il lavoro a San Pietroburgo. Di ciò fu testimone Pushkin che alluse al suo salire in punta interpretando Flora in un passaggio del primo capitolo dell’Eugenio Onegin.Nelle immagini
- Geneviève Gosselin in punta, disegno datato 1815
- Genevieve Gosselin, ritratto
- Fanny Bias, in Flore et Zéphire, 1821
- Avdotia Istomina, ritratto
- Alexander Pushkin, schizzo
Bibliografia
- Carlo Blasis, Traité Elementaire de l'art de la Danse, Milano, Beati Tenenti, 1820
- Due secoli di ballo alla Scala, 1778 – 1975, a cura di Alberto Testa, Museo Teatrale alla Scala
- Raffaele Carrieri, La danza in Italia, Domus, 1946
- Ivor Guest, The Romantic Ballet in England, London, Phoenix House, 1954
- Ivor Guest, The Romantic Ballet in Paris, Pitman and sons, 1966
- Ivor Guest, Le Ballet de l’Opéra de Paris, Flammarion, ed. Revue et augmentée, 2001
- Serge Lifar, Giselle: apothéose du ballet romantique, Paris, 1942
- Walter Sorell, Dance in its Time, New York, Doubleday, 1981
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18/6/2006
Marino Palleschi 


