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trame: Sinfonia di Salmi


24 novembre 1978
SCHEVENINGEN, Circustheater
Nederlands Dans Theater
Cor. Jiri Kylian, mus. Igor Stravinsky, scene W. Katz, cost. J.Stokvis


Dopo approfondite ricerche sui mezzi da impiegare per la sua Sinfonia di Salmi (1930), Stravinsky fissò l’attenzione, come affermò egli stesso, “su un complesso corale e strumentale, in cui i due elementi si trovassero allo stesso livello senza alcun predominio dell’uno sull’altro”. I testi in latino scelti per i cori erano destinati alla lode del Signore, da perseguire, in particolare, con la musica e con la danza. Le ricche sonorità del pezzo e la strumentistica impiegata tengono fede all’invito dei salmi solo parzialmente: è per tener integralmente fede ad uno di essi che Kylian ha aggiunto la sua coreografia alla musica.

Ciò che trasforma la danza creata da Kylian nella metafora di una glorificazione del Signore è il clima austero veicolato da una coreografia dominata da rigidi moduli geometrici. Questi ricreano un clima, da un lato, evocatore dei momenti più sacri di una cerimonia religiosa, ma, dall’altro, anche della vita di un’intera comunità in costante, stretta comunione col suo Dio. Fin dall’inizio la geometria è assecondata da due file di quattro sedie ciascuna, disposte ad L, occupate da otto danzatori, mentre le otto donne sono disseminate al centro, in ginocchio e di schiena. La geometria ritorna con le molteplici combinazioni di fila in cui Kylian dispone i ballerini: fila parallele, contrapposte o che si incrociano come due mazzetti di carte da mescolare, linee, anche di jetés maschili, che avanzano in orizzontale o in verticale rispetto al pubblico per assecondare i momenti di danza in sincrono, ma anche linee di danzatori che scendono diagonalmente enfatizzando istanti di danza a canone. Le forme geometriche ritornano con quelle dei tappeti orientali appesi a mo’ di fondale e con i disegni in essi tessuti.

Dunque, un momento austero di una cerimonia in un edificio sacro, ma anche, metafora della metafora, uno spaccato della vita di una intera comunità religiosa. Questa seconda chiave di lettura è resa evidente dal fatto che i danzatori sono, soprattutto all’inizio, trattati come un unico corpo, in movimento costante. Anche quando alcuni ballerini si staccano dall’intero gruppo finendo accucciati a terra, isolati, per qualche istante non appaiono come individui, ma quasi come parti momentaneamente perdute da un unico corpo. Qualche fedele si è smarrito, è caduto, è a terra, ma la forza dell’intera comunità religiosa lo recupera nel suo seno. Questo unicum, pur simbolo di una comunità di anime nel suo complesso, è composto da coppie-famiglie, all’interno delle quali c’è aiuto e protezione reciproca. Esse sono dotate di una loro vita personale, che concorre a formare la vita globale della comunità. Infatti, la rigidità di questi raggruppamenti dei sedici ballerini è sovente addolcita e spezzata da momenti di grande umanità e tenerezza, che coinvolgono una o più coppie. I momenti di vita personale sono simboleggiati da un numero di forti e brevi passi a due, da energici sollevamenti e da speciali posture, che, evidenziando il mutuo sostegno, fisico o mentale, che un partner accorda all’altro, palesano desideri, emozioni, tensioni e sentimenti condivisi. Basti ricordare: il sostegno o la spinta che l’uomo fornisce alla partner appoggiando, con vigore non privo di tenerezza, il palmo della mano sulla nuca o sulla fronte della donna; le braccia dell’uomo che per un istante si chiudono sul capo della donna appoggiato al suo petto; il lento avanzare delle donne in ginocchio, guidate dall’uomo che le conduce tenendole teneramente per mano; i brevi istanti di veglia del corpo disteso a terra del compagno; la camminata su quattro sedie di una donna, in totale disequilibrio, sostenuta nel suo procedere più dal compagno che dal suo stesso corpo; le braccia spalancate degli uomini, di schiena, pronte ad accogliere le compagne, che resteranno celate, al sicuro, dietro le figure maschili per poi abbracciare il rispettivo partner alla vita.

Le parole di Christian Harvey sembrano suggerire un ulteriore modo di intendere la coreografia come una lode del Signore. Nei momenti di insieme, per evocare un clima austero, la danza, si è detto, rispetta il vincolo imposto da rigidi moduli geometrici elementari. Questa limitazione è metafora di quelle imposte dai drammatici contrasti della vita e delle rigide regole che comporta un'esistenza vissuta per la gloria di Dio. Ma la magnifica danza di Kylian e la sua fervida fantasia creativa sono esse stesse metafora del suo messaggio di speranza: le rigide limitazioni, scelte od imposte, non sono necessariamente una realtà negativa, ma possono essere vissute come uno stimolo alla creatività e alla ricerca di una libertà tra i confini che le avversità della vita ci impongono (Christian Harvey). Allo stesso modo in cui la limitazione imposta alla coreografia dalla geometria elementare ha stimolato un movimento ricco di bellezza e suggestioni, così un'esistenza onora Dio nel quotidiano proprio con il superamento delle contrarietà e con la serena accettazione delle regole di vita. La bellezza di un solo movimento danzato o di un’intera vita, proprio perché vanno oltre ogni restrizione penalizzante, sono esse stesse un inno al Signore. E’ concetto caro a Kylian e caratteristica permanente della sua poetica l’idea che esista una bellezza riscontrabile in chiunque e che sia possibile farla emergere da ogni situazione, anche da quella in apparenza più avversa. Sarà questo il tema illustrato magistralmente in un intero balletto: Bella Figura.


ID=1342
26/9/2006
Marino Palleschi leggi gli articoli di Marinoinvia questo articolo ad un amicoStampa questo articoloCondividi su Facebook




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