Daniele Albanese

  • Daniele Albanese © Federico Ferramola
    Daniele Albanese © Federico Ferramola
  • VON © Andrea Macchia
    VON © Andrea Macchia
  • VON-solo © Andrea Macchia
    VON-solo © Andrea Macchia

Daniele Albanese

Indagare l’orizzonte degli eventi

Per il coreografo Daniele Albanese la danza parte dal corpo e si arricchisce di temi filosofici, dialoghi, musica e luci. È una danza che indaga il limite, il confine tra ciò che si vede e ciò che non si vede

Articolo inviato da: il 18/04/2018 - 11:00

Venerdì 20 aprile il festival Danza in Rete di Vicenza ospita il coreografo Daniele Albanese, fondatore della Compagnia Stalker, con due assoli. Il primo, In a landscape, è un lavoro del 2008 che riflette sugli eventi e i meccanismi del vivere quotidiano e urbano che provocano cambiamenti e alterazioni. Il secondo, VON-solo, è tratto da VON, coreografia che ha debuttato ad Avignone nel febbraio del 2017 e a Torinodanza nel settembre dello stesso anno. Partendo dalla genesi di questo lavoro, Daniele Albanese ci ha raccontato qual è la sua idea di danza e quali sono le suggestioni che animano il suo processo creativo.

Daniele, come nasce VON e che cosa voleva indagare e comunicare al pubblico con questo lavoro?
«È stato un processo molto lungo; dall’inizio della ricerca alla vera prima assoluta, che è stata ad Avignone nel febbraio del 2017, sono passati quasi due anni. Io lavoro sempre su delle idee di trasformazione della presenza del performer, creo dei “frammenti” di personaggi che si trasformano uno nell’altro. Questa è una mia caratteristica. Nello specifico, in VON mi interessava quel limite, quel confine tra ciò che appare e ciò che è nascosto. Limite che, se vogliamo, è un po’ l’essenza del teatro, perché noi vediamo qualcosa ma è ovvio che ciò che ci comunica è altro, è ciò che non vediamo. La danza si presta molto a questo, proprio per la sua natura in movimento, in costante flusso, dove è difficile fermare le cose.
Il riferimento è all’“orizzonte degli eventi”, la superficie attorno a un buco nero che delimita ciò che possiamo vedere e ciò che, invece, è risucchiato dal buco nero. Mi interessava questa idea di confine e l’abbiamo sviluppata a livello coreografico, musicale e soprattutto di luci».

Le luci, dunque, sono un elemento essenziale dello spettacolo?
«Direi che un po’ tutti gli elementi, luce (di Alessio Guerra), musica (di Luca Nasciuti e Lorenzo Donadei), coreografia, sono importanti. La luce crea degli spazi, dei confini particolari. Ed è spesso in movimento, in pulsazione».

A Vicenza vedremo un assolo tratto da VON, lavoro pensato per tre interpreti: lei, Marta Ciappina e Giulio Petrucci...
«A Vicenza presento due assoli, uno è l’assolo finale di VON, l’altro è un lavoro del 2008, In a landscape. Secondo me è molto interessante mostrare il percorso, vedere questi dieci anni di lavoro intercorsi tra uno e l’altro. Ci sono molte similitudini tra questi due assoli ma sono anche molto diversi: sono entrambi lavori “oscuri”, notturni, ma si vede un’evoluzione del materiale coreografico. In generale, tutti i miei lavori evolvono durante il processo, non sono mai chiusi. A ogni replica, proprio per il tipo di scrittura coreografica, che è data ma è sempre variabile, i lavori crescono moltissimo. Più il tempo passa, più diventano “spessi”, anche se nulla cambia a livello strutturale».

Il rapporto con il pubblico influisce su questa evoluzione?
«Sì, lo spettacolo, alla fine, è un gioco dal vivo con il pubblico. Quindi, più ne hai esperienza e più rafforzi questi piccoli “link”, capisci delle cose, dove devi guardare, che velocità deve avere quell’azione. Acquisisci maggiore consapevolezza».

VON ha avuto una genesi molto lunga e articolata. Come è arrivato alla struttura che vediamo oggi?
«Una volta che ho fissato la struttura, resta quella. Parlo della macrostruttura, cioè quello che vediamo esternamente. Io distinguo una macro e una microstruttura. La microstruttura è fatta di micro segni, appuntamenti, tante piccole cornici: tutto questo, invece, si modifica costantemente con il lavoro, si precisa.
Abbiamo lavorato in tante residenze, quindi le diverse parti dello spettacolo sono state elaborate in tempi e luoghi diversi. Sicuramente la struttura finale è figlia di questo modo di lavorare, lungo e itinerante. La modalità con cui si crea, secondo me, crea il lavoro stesso. In VON siamo partiti dall’assolo finale, da lì ho iniziato a ricostruire tutto ciò che c’è prima, il duetto centrale con Marta Ciappina e Giulio Petrucci e il mio piccolo assolo all’inizio. La struttura globale è assolo-duo-assolo».

Una struttura chiaramente circolare...
«Dato che tutto ha a che fare con l’energia, lo spazio, la trasformazione, il cerchio è un elemento fondamentale. La struttura circolare è ben riconoscibile. E c’è anche la “O” circolare di VON che è in mezzo al titolo. Mi ha sempre attirato come segno grafico».

A proposito, come nasce il titolo di questo lavoro?
«Il titolo è l’ultima cosa che abbiamo scelto, anche quello è stato un processo lungo. Alcuni lavori nascono dal titolo; in questo caso, invece, è stata l’ultima cosa. È una particella tedesca che significa “di”, “da”, è una particella di luogo e questo spettacolo si rifà a un luogo. Un luogo che, però, non conosciamo, un altrove misterioso. Lo spettacolo ha molto a che fare con questo, per le luci, per la musica ma anche per il tipo di danza. Sembra... stellare, non appartenente alla Terra».

Che ruolo hanno il corpo e il movimento nella sua danza?
«La mia danza nasce dal corpo. Tutte le idee che posso avere sono strettamente correlate a un’indagine fisica, anche molto pratica e concreta. Non c’è separazione tra idea e fisicità. Quando c’è, è un problema e non riesco a mettere insieme i pezzi. Il mio lavoro nasce dal corpo, io ho studiato con i maestri del post-modernismo americano, dove il corpo era fondamentale. Adesso che ho acquisito una serie di strumenti linguistici, ho reso la cosa più complessa grazie al lavoro con altri danzatori, al dialogo con altre persone, alla musica, alle luci ma tutto parte dal corpo. Il corpo è il “corpo del lavoro”».

Lei ha iniziato come danzatore, quando ha capito di volersi dedicare alla creazione?
«In realtà, ho iniziato prestissimo come coreografo ma molte cose in Italia si sono perse. Ho iniziato come danzatore in Italia, poi quando ero molto giovane sono andato a studiare in Olanda. Già mentre studiavo, dopo un anno, ho creato i primi lavori. Per un po’ di tempo ho mantenuto questa doppia identità, ho tentato di danzare per altri coreografi, alcuni anche molto importanti, ma io mi sentivo un autore. Ho sempre sofferto molto come danzatore. Fin dal 1995 ho creato tantissimi lavori, almeno uno ogni anno, ma in Italia non sono mai stati visti».

Ha mai pensato di riproporre questi primi lavori?
«Ormai sono cose superate. Forse, il processo che sto facendo è riprendere alcune idee, alcune modalità molto diverse da quelle di oggi. Probabilmente riprenderò alcuni elementi del passato e li rielaborerò con una maturità maggiore».

Oltre che dal corpo, dove trova l’ispirazione per le sue creazioni?
«Il lavoro sul corpo è fondamentale. Quindi, la danza stessa dà delle idee. Poi può essere ciò che leggo, testi, soprattutto filosofici. Nel caso di VON ci sono molti elementi scientifici. Mio padre e mia sorella sono fisici, mi hanno dato tantissimi stimoli. Diciamo che l’ispirazione può venire da vari materiali teorici che, però, non sono nulla finché non trovano una corrispondenza fisica. Quando la trovano, hai una chiave per operare, un collegamento tra interno ed esterno».

Come si pone nei confronti dei suoi interpreti? Ha già chiaro cosa dovranno fare o il processo creativo è frutto di un dialogo?
«Diciamo che so come dirigere la cosa ma solitamente si tratta di esperimenti e di ricerche. Faccio dei test, “ho avuto questa idea, proviamo a fare questo, costruite questa cosa e vediamo se funziona”. Uso proprio il metodo sperimentale classico della scienza».

Qual è, secondo lei, lo stato della danza in Italia?
«Molte cose stanno cambiando. Da quattro o cinque anni si avverte un respiro diverso rispetto al passato. L’Italia resta sempre un po’ rivolta alla tradizione. È come se ci fosse un cervello diverso rispetto ad altri luoghi, per esempio del Nord Europa, anche in termini di training, di pensiero sul corpo. L’Italia è un po’ lenta, non solo nella danza, ha un apparato burocratico macchinoso, tutto ciò che può avere una velocità, una propulsione, rallenta. E ciò che rallenta troppo muore. Purtroppo, quindi, rimane un problema strutturale nonostante la buona volontà di tanti, artisti e operatori, a modificare le cose.
Dico sempre che la danza, essendo il fanalino di coda dell’arte, che purtroppo a sua volta è il fanalino di coda della cultura, è un’ottima cartina al tornasole, un modo per vedere lo stato generale delle cose. Se tutto diventa complicato, dalla logistica all’economia, anche il pensiero creativo spesso ne risente. Tutto questo, però, può diventare un escamotage per trovare alternative e soluzioni: in Italia, secondo me, gli artisti sono molto bravi ma la loro vita non è facile. Durano poco, il loro potenziale fa fatica a emergere».

Al termine degli spettacoli incontra spesso il pubblico?
«In realtà, la maggior parte delle volte mi è stato imposto di incontrare il pubblico, però mi piace. Non penso che sia necessario, perché un pezzo di danza dovrebbe avere una sua autonomia, non è necessario spiegare le cose. Forse, però, in Italia oggi può essere utile per creare quel ponte tra il pubblico e l’artista. Trovo interessante capire i segreti che ci sono dietro la creazione, riflettere sul processo creativo è sempre interessante, sia per il pubblico sia per gli artisti e gli operatori».

Progetti futuri?
«Dall’1 al 6 maggio, a Parma, ci sarà la rassegna May Days, che nasce dalla collaborazione tra Europa Teatri e Teatro delle Briciole. Io curo la parte di Europa Teatri, come artista, in futuro probabilmente la curerò come direzione artistica. Presento due studi. Uno con alcuni studenti, è un esito laboratoriale, un altro, secondo me molto interessante, con una mia ex maestra, Eva Karczag. A lungo danzatrice di Trisha Brown, ha creato alcuni brani storici della Brown come Set and Reset e Opal Loop. Ha sessantasette anni e si muove meglio di me ed è bellissimo per me poter lavorare con lei perché è una persona che ha conoscenza del corpo. Lavoriamo a partire dall'idea di stormo, come gli uccelli si muovono in stormo: come fanno a creare queste forme, che sono organizzate e libere allo stesso tempo? Mi piaceva come punto di partenza, perché definisce un certo aspetto del mio movimento. Con Eva abbiamo molto in comune, perché naturalmente il mio lavoro di oggi deriva dai miei studi: c’è un bellissimo incontro tra generazioni e anche tra informazioni».