Emanuele Masi, direttore di Bolzano Danza

  • Emanuele Masi con il coreografo e guest curator Michele Di Stefano © Luca Meneghel
    Emanuele Masi con il coreografo e guest curator Michele Di Stefano © Luca Meneghel
  • D-Man in the Water di Bill T. Jones © Paul B. Goode
    D-Man in the Water di Bill T. Jones © Paul B. Goode
  • 10000 Gestes di Boris Charmatz © Ursula Kaufmann
    10000 Gestes di Boris Charmatz © Ursula Kaufmann
  • Pasiphae di Diego Tortelli © Marco Caselli Nirmal
    Pasiphae di Diego Tortelli © Marco Caselli Nirmal
  • Ballet 102 di Eric Gauthier © Regina Brocke
    Ballet 102 di Eric Gauthier © Regina Brocke
  • Good Passports Bad Passports di Helena Waldmann
    Good Passports Bad Passports di Helena Waldmann
  • Liederduet di Roberto Zappalà © Serena Nicoletti
    Liederduet di Roberto Zappalà © Serena Nicoletti

Emanuele Masi, direttore di Bolzano Danza

Il festival tra presente e futuro

Il direttore artistico di Bolzano Danza, Emanuele Masi, ci guida alla scoperta della 34esima edizione del festival e ci parla delle idee che animeranno il prossimo triennio

Articolo inviato da: Elisabetta il 09/07/2018 - 15:30

Dal 12 al 27 luglio torna Bolzano Danza, festival che da trentaquattro anni rappresenta un punto di riferimento per la danza regionale e nazionale. Un festival capace di richiamare i grandi nomi della danza internazionale, di coinvolgere l’intera città e un pubblico sempre più curioso e aperto a nuove proposte. Un festival proiettato verso il mondo e verso il futuro ma che si fa forte di una lunga tradizione e di un lavoro costante sul territorio. Abbiamo chiesto al direttore artistico Emanuele Masi di aiutarci a orientarci all’interno del programma di questa 34esima edizione, come sempre molto ricco e articolato: «Capisco che per il pubblico possa essere difficile orientarsi nel programma che, effettivamente, è vasto e molto vario. L’idea è che il festival sia un’iniziativa a favore della città, che presenti alla città diverse forme di linguaggi di danza e anche diverse modalità per fruirli. Il programma spazia dalle grandi compagnie internazionali, presentate al Teatro Comunale, alle varie generazioni della danza italiana, dai capostipiti ai giovanissimi talenti. Assieme a esperienze che, attraverso la danza, portano il pubblico a scoprire la città con occhi diversi. Il festival vive su binari paralleli: ci sono gli storici workshop e, per quanto riguarda gli spettacoli, anche qui c’è un doppio binario, da una parte la rassegna di danza negli spazi del Teatro Comunale e dall’altra una sezione di danza nella città».

Rispetto a questa sezione di danza nella città, la sezione Outdoor, quest’anno ci sono novità...
«Da quest’anno ho deciso di valorizzare questa sezione attraverso l’invito di un guest curator che non semplicemente sceglie gli spettacoli da presentare nella città ma immagina un modo di scoprire la città attraverso la danza.
Quest’anno, il coreografo guest curator è Michele Di Stefano che ha dato un titolo al suo progetto, Vedute/Ansichten: a Bolzano si incontrano due culture e la danza vuole essere uno strumento non solo per fare da ponte tra queste due culture ma anche per permettere ai cittadini di guardare la città con occhi diversi. A volte, quando camminiamo per la nostra città con qualcuno che viene da fuori, capita che questa persona ci mostri cose, dettagli che non avevamo mai notato, magari perché cammina con lo sguardo più in alto rispetto a quello che abbiamo noi quando camminiamo per le nostre strade. L’idea del guest curator è questa: invitare un artista che, con una dislocazione di esperienze nella città, ci porti a viverla con uno sguardo diverso da quello con cui la guardiamo nella quotidianità».

Michele Di Stefano, dunque, ha anche scelto quali luoghi della città coinvolgere?
«È stato un percorso bello e interessante. Ho accompagnato Michele in giro per la città, a mostrargli alcuni luoghi, lui nel frattempo ne scopriva altri. Oppure ci sono stati luoghi chiave della città che lui ha saputo vedere con uno sguardo diverso. Quindi, è nata questa sezione Outdoor con qualcosa che spazia dalla performance a una sorta di visita guidata con un danzatore, a progetti più esperienziali da fruire con radio cuffie... insomma qualcosa che cambia la fisionomia del festival portando sfaccettature nuove».

Non si tratta dell’unica novità di questa edizione...
«Abbiamo altri punti chiave nel programma, che per me sono innovativi. Per esempio, abbiamo deciso di associare al festival, per il triennio, una compagnia di danza, legandoci istituzionalmente alla Gauthier Dance di Stoccarda. È una compagnia giovane, fondata da Eric Gauthier, che oggi ha un’attività internazionale e che ha nel suo repertorio i nomi più illustri della danza. Noi siamo stati i primi a ospitarla, ormai dieci anni fa, con le sue prime timide uscite sulla scena. A Bolzano Danza sono stati presentati alcuni lavori, per esempio quello di Christian Spuk del 2011 o Nijinsky di Marco Goecke del 2015 (che ha vinto anche il premio Danza&Danza), che poi sono stati riconosciuti come piccoli capolavori e hanno girato anche altre realtà. Questa compagnia, dunque, sarà presente a Bolzano Danza ogni anno con un progetto in anteprima per l’Italia».

Quali debutti vedremo quest’anno?
«Il 27 luglio avremo una serata finale all’insegna della Gauthier Dance, che presenta due programmi in due palcoscenici diversi. Il Teatro Studio ospiterà Ballet 102 di Eric Gauthier, possiamo dire il sequel di Ballet 101, che è stato danzato anche da Roberto Bolle: è un pezzo che mostra ironicamente il mondo e le posizioni del balletto partendo non più da un solo ma da un duetto. In Sala Grande, Eric Gauthier presenterà un lavoro dedicato alla sua maestra, Louise Lecavalier, poi ci saranno una nuova creazione di Marco Goecke e un nuovo lavoro di Virginie Brunelle. Il tutto si chiuderà con il linguaggio più pop di Ohad Naharin con Minus 16».

Negli anni, Bolzano Danza è cresciuto e si è affermato come uno dei festival più importanti della scena nazionale e internazionale. Qual è la direzione intrapresa e quali sono i progetti futuri?
«Nel 2018 parte un nuovo triennio ministeriale: ragionare per trienni è molto utile perché ci aiuta a darci delle linee guida. Per questo triennio ne ho individuate alcune che poi si sveleranno di anno in anno nel programma. Una è appunto questa: mettere la città al centro del lavoro, individuando anche la figura del guest curator che si occupi della sezione Outdoor. Un’altra è aver associato una compagnia di danza. Un altro punto cui teniamo molto è andare ad approfondire il tema della musica dal vivo nella danza contemporanea, in particolare attraverso la collaborazione con l’Orchestra Haydn, l’orchestra regionale sinfonica gestita dalla stessa fondazione che coordina il festival. Quest’anno, in particolare, in apertura avremo la serata dedicata a Bill T. Jones che sarà interamente eseguita dai solisti dell’Orchestra Haydn».

Apertura di grande richiamo, affidata a un nome di spicco della danza internazionale...
«L’apertura con Bill T. Jones apporta un altro elemento, un altro dei progetti triennali. Quello che mi interessa è portare di nuovo all’attenzione del pubblico coreografie che oggi sono già storia della danza contemporanea, sono in qualche modo pezzi “classici” del repertorio contemporaneo. Mi riferisco, in questo caso, alla coreografia D-Man in the Waters di Bill T. Jones, che è del 1989, una coreografia che ha quasi trent’anni e che fa parte del repertorio contemporaneo – già parlare di repertorio contemporaneo sembra una contraddizione ma non lo è. Questa serata è molto importante perché vede per la prima volta la collaborazione tra un grande artista e l’Orchestra Haydn, un’eccellenza del panorama musicale nazionale, e perché permette di far incontrare al nostro pubblico non solo le “prime” ma quelli che sono i punti di partenza di questo repertorio super contemporaneo che andiamo poi a presentare al festival. Quando si parla di repertorio, si ragiona sempre in riferimento al repertorio classico ma ormai esiste anche un repertorio contemporaneo che è importante e formativo far conoscere alle nuove generazioni».

Parlando di nuove generazioni, a Bolzano Danza troviamo una sezione dedicata proprio ai più piccoli e alle famiglie.
«Presenteremo JOSEPH_kids di Alessandro Sciarroni: lo abbiamo già presentato cinque anni fa ma i bambini di allora ormai sono grandi, oggi ci sono altri bambini. È un progetto avvincente, quindi abbiamo deciso di proporlo nuovamente. E poi ci sarà la Notte a Teatro: è il “gioiellino” del festival, è stata una mia idea nel 2012 e sono felice che diverse istituzioni ci abbiano copiati perché è un’iniziativa bella e toccante. Abbiamo pensato che fosse un peccato che i genitori non potessero capire qual è l’emozione vissuta dai figli. Quindi, la novità di quest’anno è che i bambini possono partecipare assieme a un adulto».

Gli adulti, invece, potranno dormire al museo...
«Sì, nell’ambito della sezione Outdoor, abbiamo in programma una performance di Roberta Mosca, che danzerà al Museion per ventiquattro ore e il pubblico potrà stare lì anche per tutto il tempo su dei cuscinoni, se vuole anche la notte».

Tornando agli ospiti di questa edizione, ci saranno coreografi e compagnie internazionali ma ci sarà spazio anche per coreografi italiani e giovani emergenti.
«Sì, ci saranno grandi nomi, da Bill T. Jones a Michael Clark, che ancora non avevamo mai presentato a Bolzano Danza, Ohad Naharin, ma anche un’icona della danza iper contemporanea come Boris Charmatz con 10000 Gestes, un lavoro esclusivo che siamo felici di poter ospitare a Bolzano perché riesce a essere presentato solo nelle grandi capitali europee o internazionali. Poi, anche come riflesso della presenza di Michele Di Stefano come guest curator, abbiamo una finestra sulla danza italiana con lo stesso Di Stefano, Roberto Zappalà, Le Supplici... Inoltre, Bolzano Danza aderisce al Network Anticorpi XL, quindi ospitiamo tre artisti nell’ambito della vetrina della giovane danza d’autore. È un network del quale siamo felici di fare parte perché, oltre alla scoperta di nuovi autori o al monitoraggio della scena nazionale, ci permette di stimolare la creatività degli artisti del nostro territorio, di poter realizzare una mappatura di cosa, a livello autoriale, la danza locale sta esprimendo».

Dunque, Bolzano Danza è sempre più legato al territorio?
«Un festival di danza come il nostro si pone al vertice di una filiera culturale e quindi poi ci sono altri soggetti in regione che compiono, anche in modo costante, un’attività di crescita, di scouting, di formazione. Però anche nell’ambito del festival ci teniamo a questo legame e al fatto di essere un po’ un faro nell’ambito delle istituzioni. Inoltre, e questo è un altro punto del triennio, il nostro obiettivo è coinvolgere un pubblico sempre più ampio, non solo come spettatori ma anche in una forma di partecipazione attiva. Ad aprile, in occasione della Giornata Internazionale della Danza abbiamo organizzato una grande Nelken-Line in città (una sorta di flash mob ispirato all’omonima pièce di Pina Bausch, ndr). Anche nell’ambito del festival vogliamo avere almeno un progetto che coinvolga non danzatori: quest’anno ne abbiamo due, uno è quello di Maurizio Saiu, quindi un altro nome italiano, anche se forse più defilato. E poi il grande progetto di Helena Waldmann che porterà in scena un gruppo di acrobati circensi e un gruppo di ventiquattro volontari che costituiranno il “muro umano” per questo spettacolo, Good Passports Bad Passports (Buoni Passaporti Cattivi Passaporti), che parla dei vari muri che in tutto il mondo continuano a essere costruiti».

Il pubblico, dunque, vuole sentirsi sempre più coinvolto, è curioso, vuole scoprire nuovi linguaggi. Come risponde la danza? E, domanda che ci sta molto a cuore, la danza italiana è in salute?
«La danza in Italia oggi ha una vitalità e un potenziale enormi, che non sono ancora supportati dalle risorse necessarie per realizzare appieno queste potenzialità. Però guardando agli artisti, al pubblico, sempre più intelligente e curioso, e anche ai colleghi che spesso operano tra mille difficoltà, devo dire che la danza in Italia sta facendo davvero qualcosa che non ci si potrebbe aspettare in termini di dimensioni, qualità, engagement delle compagnie. Penso che non si possa che dire grazie a tutti coloro che, nelle diverse funzioni, oggi stanno facendo della danza un linguaggio sempre più alla portata di tutti».