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Federico Bonelli

“Servono talento e molto lavoro”

In occasione della 46esima edizione del Prix de Lausanne, che prenderà il via il 28 gennaio, Federico Bonelli, principal del Royal Ballet, ci racconta la sua esperienza e incoraggia i giovani talenti a seguire con tenacia e passione la strada intrapresa

20 Gen
2018
16:14
  • Federico Bonelli in Mayerling di Kenneth MacMillan © ROH, 2017, Alice Pennefather
    Federico Bonelli in Mayerling di Kenneth MacMillan © ROH, 2017, Alice Pennefather
  • Federico Bonelli nel ruolo di Polissene in The Winter’s Tale di Christopher Wheeldon © ROH, 2014, Johan Persson
    Federico Bonelli nel ruolo di Polissene in The Winter’s Tale di Christopher Wheeldon © ROH, 2014, Johan Persson
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Tecnica raffinata ma anche la capacità di calarsi nelle personalità dei tanti personaggi che “affollano” il repertorio del Royal Ballet – dai principi del Lago dei cigni e dello Schiaccianoci allo scienziato visionario di Frankenstein: inizialmente concentrato sull’aspetto più accademico, negli anni Federico Bonelli, principal dancer della prestigiosa compagnia di Londra, ha capito che la danza è molto altro, soprattutto è un racconto di emozioni. Primo passo di questa crescita personale e professionale è stato proprio il Prix de Lausanne, vinto nel 1996, un trampolino di lancio per la sua carriera internazionale ma anche l’opportunità di studiare con maestri e coreografi che sicuramente hanno lasciato il segno. Alla vigilia della 46esima edizione del concorso di Losanna, Federico Bonelli ci racconta, dunque, la sua esperienza e incoraggia i giovani talenti a proseguire tenacemente verso i loro obiettivi.

Federico, al di là dell’importante vittoria, cosa le ha lasciato la sua partecipazione al Prix de Lausanne, cosa ricorda di quella esperienza?
«Credo che il Prix si sia evoluto negli anni. Io ho partecipato come allievo nel 1996 ma poi sono tornato, più di dieci anni dopo, come giurato. Ho visto un’evoluzione nella struttura del Prix però, anche quando l’ho fatto da ragazzo, era molto puntato sul talento. Quando ero ragazzo e guardavo i video di danza classica, mi interessavano solo le variazioni maschili, saltavo il passo a due e le variazioni femminili, mentre il Prix mi ha fatto capire che era importante sì imparare gli assoli ma anche gli assoli contemporanei, c’erano workshop, si lavorava con diversi maestri. Credo che il Prix sia sempre stato pensato per preparare gli allievi a una carriera nel mondo della danza di oggi. Ancora di più quando sono tornato come giurato: quando ho partecipato io, si poteva essere eliminati dal concorso anche dopo aver fatto solo mezz’ora alla sbarra, mentre ora tutti i candidati possono lavorare quattro-cinque giorni con maestri, coreografi, ripetitori. È molto educativo, anche chi non vince fa un’esperienza che insegna qualcosa per il futuro. Molto importante è anche la connessione con le scuole: io ho vinto una borsa di studio, anche se poi in realtà sono entrato direttamente in compagnia; il focus del concorso è sull’educazione. Si vuole dare l’opportunità a talenti che magari non abitano in una grande città o non possono frequentare una scuola legata a una grande compagnia di connettersi con il mondo della danza. In questo il Prix de Lausanne è diverso da tutti gli altri concorsi».

Dopo lo Zurich Ballet e il Dutch National Ballet, nel 2003 è entrato a far parte del Royal Ballet: sognava da sempre di entrare a far parte di questa compagnia?
«Da ragazzo guardavo i video del Royal Ballet, Anthony Dowell, Natalia Makarova, Miyako Yoshida con cui poi ho ballato, ma mi è sempre sembrato un sogno, una cosa irraggiungibile. Però sono stato fortunato, anche se ovviamente ho lavorato duro. Sicuramente il Prix de Lausanne è quello che mi ha aperto la strada internazionale. È importante cercare di fare ciò che si vuole, io sono andato all’estero, a volte ci sono le possibilità anche in Italia. Il Prix è anche un modo per confrontarsi, incontrare direttori, nuovi coreografi».

C’è una figura del passato o del presente cui si è ispirato o che rappresenta per lei un punto di riferimento?
«È difficile dirne una perché sicuramente lascerei fuori qualcuno. In tutte le compagnie in cui ho lavorato, ho avuto molte figure che mi hanno insegnato, che mi hanno fatto crescere. Nel mondo della danza ci sono tante persone molto generose, che hanno molta passione per questo mondo e vogliono trasmetterla. E noi, anche da professionisti, non smettiamo mai di essere allievi, dobbiamo avere la volontà di apprendere, di andare sempre avanti, prendere spunto dalle cose che questi maestri vogliono lasciarci».

Il repertorio del Royal Ballet è molto vasto, ci sono tanti balletti, ruoli diversi: ce n’è uno cui si sente particolarmente legato?
«Ce n’è più di uno, è sempre difficile scegliere. Però, per esempio, ieri sera ho ballato Giselle, che è uno dei miei ruoli preferiti. Più avanti faremo l’Histoire de Manon con la coreografia di Kenneth MacMillan, anche quello adoro ballarlo. Credo di essere fortunato perché ce ne sono tanti che ho ballato e che ho molto amato».

Negli anni, è cambiato il suo modo di affrontare questi ruoli?
«Certamente. Quando sono andato al Prix de Lausanne ero tutto concentrato sull’esecuzione tecnica, non ero molto cosciente di quello che il balletto può essere, del fatto che può raccontare una storia, portare in scena le emozioni. Era più la gioia del movimento con la musica, la precisione tecnica. Più tardi ho scoperto che il balletto può essere anche molto altro».

Accanto ai grandi classici, nel repertorio del Royal Ballet ci sono diversi titoli di autori contemporanei: penso a Chroma o Wolf Works di Wayne McGregor, ad Alice’s Adventures in Wonderland di Christopher Wheeldon, a Frankenstein di Liam Scarlett. Le piace confrontarsi con i linguaggi di questi autori contemporanei?
«Balliamo molte coreografie moderne al Royal Ballet e mi piace esplorare movimenti nuovi. Di alcuni di questi coreografi ormai conosco il linguaggio ma è interessante lavorare con persone nuove. Parlando di Frankenstein di Liam Scarlett, la creazione è ancora un’altra cosa, nei momenti migliori è addirittura collaborazione con il coreografo. Ovviamente è lui che decide, che crea il passo, però il ballerino, la materia prima su cui il coreografo si cimenta, è molto importante. Io ho molto rispetto però cerco di partecipare, di apportare qualcosa. In generale, e questo vale per gli aspiranti al Prix, non ci sono più compagnie di danza che fanno solo classico o solo contemporaneo, bisogna avere tante frecce al proprio arco, saper fare tante cose. Il Royal Ballet ha un repertorio molto vario e questa è una ricchezza per il pubblico e per noi ballerini».

Quali consigli si sente di dare ai giovani che stanno per affrontare il Prix de Lausanne e più in generale a chi si avvicina al mondo della danza?
«Per riuscire nel mondo della danza ci vuole una combinazione di fattori. Io la chiamo fortuna, uno deve essere nato con un certo talento ma poi bisogna anche lavorare sodo. Ci vogliono entrambe le cose. Quando uno ha una passione per quest’arte meravigliosa, deve provarci, bisogna mettercela tutta. Purtroppo alle volte funziona e alle volte no, ma ne vale sempre la pena».

 

Foto di copertina: Federico Bonelli e Marianela Nuñez in Aeternum © ROH, 2013, Johan Persson

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