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Francesca Magnini

Nuova guida per il Balletto di Roma

Internazionalizzazione, ristrutturazione del comparto contemporaneo, interazioni con il mondo universitario: queste le direzioni che percorrerà il Balletto di Roma nel prossimo triennio. Ne abbiamo parlato con la neo direttrice artistica Francesca Magnini

Articolo inviato da: Elisabetta il 02/03/2018 - 10:30

Importanti novità per il Balletto di Roma, a partire dalla Direzione Artistica di recente affidata, dal direttore generale Luciano Carratoni, a Francesca Magnini, danzatrice, ricercatrice e docente dell’Università La Sapienza di Roma. Molto profondo, dunque, il legame con il mondo universitario e con importanti realtà del panorama internazionale – su tutte l’International Choreographic Arts Centre di Amsterdam e il Ballet National de Marseille, diretti da Emio Greco e Pieter C. Scholten – che la neo direttrice porta al Balletto di Roma nell’ottica di una internazionalizzazione della compagnia e dello sviluppo di progetti che uniscono danza e cultura.

Tante le novità annunciate per il prossimo triennio. Le abbiamo approfondite con Francesca Magnini, cui abbiamo chiesto, innanzitutto, cosa significhi ritornare alla guida del Balletto di Roma, realtà in cui lei stessa si è formata all’epoca della direzione di Franca Bartolomei e Walter Zappolini: «Ho fatto il training di danza presso questa struttura, ho studiato con Franca Bartolomei, quindi ho vissuto i momenti iniziali della struttura, quando i fondatori erano ancora in vita, ho vissuto la bellezza degli inizi. È emozionante tornare alla guida di una compagnia del genere, cresciuta nel frattempo sotto il profilo delle produzioni e del mercato, che si è allargato notevolmente in quest’ultimo triennio di Roberto Casarotto, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’ampliamento del repertorio, anche verso produzioni più contemporanee. È un punto da cui ripartire. Ci sono grandi aspettative di internazionalizzazione, stiamo lavorando in questo senso, con nuove produzioni che amplino ulteriormente il repertorio contemporaneo. Naturalmente è emozionante anche per l’età che ho, avere già la possibilità di fare tutto questo».

Dopo il diploma, il legame con il Balletto di Roma si è mantenuto negli anni successivi?
«La mia collaborazione con il Balletto di Roma nasce dalle connessioni con l’Università La Sapienza, dove attualmente insegno Archivi e musei digitali per lo spettacolo dal vivo. Il Balletto di Roma si era rivolto all’Università per lo sviluppo di progetti culturali e per l’internazionalizzazione. Io mi sono inserita, andando a fare da collegamento con i contenuti non solo di danza ma anche culturali, che sono stati utili a sviluppare diversi progetti. Con il professore di Storia della Danza, Vito di Bernardi, e con Luca Ruzza, che si occupa di elaborazione dell’immagine elettronica e scenografia virtuale, abbiamo avviato un dialogo serrato, abbiamo fatto tanti ragionamenti che avranno i loro esiti nel prossimo triennio. Sono progetti che andranno ad aiutare l’internazionalizzazione della struttura».

Il legame tra Balletto di Roma e Università è, dunque, molto profondo ed è un tratto distintivo della compagnia...
«La connessione con l’Università non è qualcosa che sta in superficie ma sta alla base. È qualcosa di nuovo ed è direttamente legato alla mia persona, alla mia doppia attività di danzatrice ma anche studiosa, ricercatrice. Ho passato un lungo periodo ad Amsterdam, presso il centro di Emio Greco: lì le mie ricerche si sono intensificate e arricchite. Gli anni tra il 2009 e il 2012 sono stati particolarmente fertili in Olanda, si è assistito a un fiorire di incontri tra coreografi e studiosi. L’idea è riportare indietro qualcosa di questa esperienza. Il direttore Luciano Carratoni ha avuto l’intuizione di chiedere un supporto all’Università e nella mia persona si è trovata una sintesi delle competenze necessarie. Del resto la visione della Direzione Artistica sta cambiando, non solo da noi ma un po’ dappertutto. Non si tratta più solo di una visione coreografica, ma di una molteplicità di visioni, di direzioni. Oggi il Balletto di Roma ha una pluralità di visioni che devono essere valorizzate, vista anche la sua storia: la tradizione resta, le produzioni contemporanee si innestano in un repertorio che comunque non scompare e che va relazionato in modo organico a tante situazioni che non escludono anche quella della formazione».

Tra le novità annunciate c’è anche la ristrutturazione del comparto contemporaneo, affidata a Emio Greco e Pieter C. Scholten, direttori dell’International Choreographic Arts Centre di Amsterdam.
«La mia collaborazione con Emio Greco prosegue da molto tempo. Questa ristrutturazione del comparto contemporaneo nasce anche dal desiderio dello stesso Emio Greco e di Pieter C. Scholten di avere una sorta di “casa” a Roma. Avranno un ruolo di coaching per la compagnia e di supervisione del nuovo Corso Professionale di contemporaneo, al momento non produrranno coreografie. Li ho chiamati innanzitutto perché desidero che riportino un sapere: i moduli che hanno creato in questi anni sono particolarmente interessanti da riportare come sistemi di training per il danzatore contemporaneo che però si affianchino a una formazione accademica. Noi, purtroppo o per fortuna, siamo una compagnia che fa entrambe le cose con una certa fluidità, serve riaggiornare il training dei danzatori».

Il Balletto di Roma avrà alcuni coreografi associati: è una scelta che segue il modello di altre grandi compagnie estere e che si inserisce nel percorso di internazionalizzazione della struttura?
«È stata una decisione naturale, non c’è stata una particolare riflessione, o il desiderio di rifarsi a qualche modello. Io non sono una coreografa, la mia è una visione di coordinamento, e quindi è stato naturale associare alcuni coreografi. In particolare Massimiliano Volpini e Fabrizio Monteverde, che continua le sue produzioni storiche oltre a presentarne una nel 2020, dedicata a Roma, in occasione dei sessant’anni del Balletto di Roma. Poi c’è Davide Valrosso, giovane coreografo associato con cui abbiamo già avviato una collaborazione nell’ambito del progetto Prove d’Autore con il Network Anticorpi XL. Dopo aver creato We are not alone, per il corso triennale di contemporaneo, Davide Valrosso sarà messo alla prova con una creazione per la compagnia, Sogno, una notte di mezza estate, che debutterà ad agosto. Nel 2018, in aggiunta al nostro repertorio, avremo anche una produzione di Ariella Vidach / AiEP Avventure in Elicottero, che vedrà la presenza di un braccio robotico in scena capace di instaurare un dialogo con i danzatori. La performance esplorerà le potenzialità della tecnologia dell’automazione applicate alla coreografia. È una grande novità. Alla Sapienza ho avuto un dottorato in tecnologie digitali e metodologie per la ricerca sullo spettacolo: l’ambito delle nuove tecnologie mi interessa molto».

Quali saranno, invece, le sinergie tra la compagnia e la scuola del Balletto di Roma?
«Chiaramente le due direzioni sono diverse perché la scuola è affidata a Paola Jorio che ha in gestione tutta la formazione. Il mio desiderio è far dialogare il più possibile le due anime perché questa è struttura che auspica di dare lavoro ai ragazzi, e più scambi ci sono più questa possibilità si rende concreta. Con una formazione prettamente classica e una compagnia che tende verso nuovi linguaggi non sempre il dialogo è così automatico: il mio desiderio è avvicinare i linguaggi, rendere comprensibile ciò che la compagnia fa, quali sono le competenze richieste ai danzatori».

Dopo Home Alone di Alessandro Sciarroni, ci saranno altre iniziative rivolte al pubblico dei più piccoli?
«La produzione di Alessandro Sciarroni, che ha viaggiato molto ed entusiasmato il pubblico di diversi Paesi, prosegue. Ci sarà poi una sinergia molto importante con il Teatro Verde, che fa parte della rete dei Teatri in Comune, i teatri della cerchia romana, con un’attenzione ai linguaggi dei bambini. Abbiamo in programma anche attività di danza al Teatro di Villa Pamphilj, uno spazio particolare: abbiamo già fatto uno spettacolo con Davide Valrosso, nel 2019 avremo una co-produzione rivolta ai ragazzi. Per me il rapporto con gli spettatori più giovani è fondamentale: non esiste pubblico senza la formazione.
Proseguono anche altri progetti legati alla fruizione: lo scorso anno nell’ambito del progetto Contemporaneamente Roma, abbiamo realizzato Inside Out Contemporary Dance, format di condivisione con il pubblico, in particolare proprio quello del municipio in cui ci troviamo. Abbiamo aperto le porte al pubblico cercando di coinvolgerlo nelle attività quotidiane del Balletto di Roma, prove aperte, dialoghi, discussioni. È un’iniziativa cui la gente ha risposto molto bene, ci ha dato grandi soddisfazioni, e sicuramente lo proporremo nuovamente. Abbiamo trovato persone curiose, c’è interesse a capire cosa c’è dietro alle grandi produzioni. Il desiderio è condividere un momento privato, un’idea, un modo di lavorare sul corpo, sulla musica».

Ritirando il Premio alla carriera allo scorso Prix de Lausanne, Jean-Christophe Maillot ha detto che la danza è un lavoro basato sulla condivisione. È d’accordo?
«Sono molto d’accordo, è un lavoro che si basa sulla condivisione di punti di vista, di prospettive, di linguaggi. Quando si resta chiusi nei propri modi di esprimersi, o anche nelle visioni condizionate dal luogo in cui ci troviamo, è difficile che si possa capire l’altro, come lavora. Per esempio, ho avviato un dialogo con alcune compagnie dell’Europa del Sud-Est, che hanno problematiche simili alle nostre, in particolare di linguaggio, in bilico tra neoclassico e contemporaneo. Sto prestando molta attenzione anche allo sguardo che da fuori hanno di noi. Mi interessa comprendere come viene recepito il nostro linguaggio, è molto importante per capire come costruire i linguaggi a venire e soprattutto per dare un’identità più forte alla compagnia: capire bene chi siamo e dove vogliamo andare».