Francesca Pennini

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  • Sylphidarium con Francesca Pennini e CollettivO CineticO
    Sylphidarium con Francesca Pennini e CollettivO CineticO © Giuseppe Distefano
  • Francesca Pennini in un momento di Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground
    Francesca Pennini in un momento di Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground
  • Piume e droni per 10 miniballetti di Francesca Pennini
    Piume e droni per 10 miniballetti di Francesca Pennini © Angelo Pedroni

Francesca Pennini

Dal quaderno rosso al palco

La coreografa ferrarese ci parla delle sue ultime creazioni e di come il suo “timore reverenziale” nei confronti della coreografia si sia trasformato nella capacità di trarre dai corpi, qualunque sia la loro storia, “materiale coreografico”

Articolo inviato da: Elisabetta il 28/11/2017 - 12:53

«Ho sempre avuto un timore reverenziale nei confronti della coreografia». Esordisce così Francesca Pennini, coreografa ferrarese che dal 2007 guida CollettivO CineticO, una delle realtà più dinamiche della scena contemporanea. La sua voce tradisce l’umiltà con cui si è accostata all’arte della coreografia, ma lascia intuire la passione, la forza, la grinta che la animano. Del resto, questo timore reverenziale non le ha comunque impedito, in questi dieci anni, di confrontarsi con personaggi del calibro di Amleto e Sherlock Holmes, di fare propri temi filosofici quali le eterotopie di Michel Foucault, di affrontare con sguardo nuovo i titoli del repertorio classico, come nel recente Sylphidarium. In ogni suo lavoro, Francesca Pennini si mette in gioco, non ha paura di trarre quello che definisce “materiale coreografico” tanto dai corpi di danzatori professionisti quanto dai corpi di persone che, apparentemente, nulla hanno a che fare con la danza, «un lavoro difficile ma interessante allo stesso tempo».

E, forse, proprio in questo coraggio e nel rapporto speciale che la coreografa riesce a creare con il pubblico, risiedono i motivi del suo successo. Vincitrice del Premio Danza&Danza come migliore coreografa e interprete emergente nel 2015, del premio Hystrio Iceberg e del Premio ANCT dei critici di teatro nel 2016 e attualmente in nomination agli Ubu 2017 – solo per citare i riconoscimenti più recenti – ha all’attivo collaborazioni e progetti con importanti teatri e festival italiani ed esteri. Certo, però, quando da piccola annotava le sue prime coreografie sul quaderno rosso cui si è ispirata per uno dei suoi ultimi lavori, 10 miniballetti, Francesca Pennini non pensava al successo, ai riconoscimenti. «Ho sempre avuto la passione per la coreografia, ma non vedevo la possibilità di diventare coreografa. In realtà, non sapevo cosa volesse dire essere coreografa, scrivevo le mie coreografie ma era una cosa assolutamente privata. Come danzatrice mi sono formata al Balletto di Toscana, al Laban Centre di Londra e lavorando con Sasha Waltz, ma sono tutte esperienze che sono arrivate un po’ per caso. Ho colto le possibilità che mi arrivavano, ho cominciato a investire in quella direzione. Diciamo che non c’è stato un momento netto in cui ho capito che avrei fatto la coreografa, c’è sempre stata una pulsione, un desiderio di creare, di condividere. L’ho sempre desiderato ma mai scelto».

Francesca, questo desiderio di creare si traduce in uno sguardo capace di trarre ispirazione dalla filosofia, dalla letteratura, dalla matematica, dalle scienze. In molti dei suoi lavori, inoltre, c’è una contaminazione tra danza, ginnastica ritmica e artistica, yoga, teatro, arti visive. Qual è l’elemento che riconduce all’unità tutte queste suggestioni?
«Direi che il comune denominatore è la curiosità verso qualcosa che è diverso, la voglia di affrontare campi diversi. Io lavoro con i corpi di adolescenti, sportivi, ballerini classici, cercando di non dare nulla per scontato, a partire dai valori di riferimento. È uno sguardo che vuole organizzare, filtrare, per riuscire a trarre da corpi che pur non condividono gli stessi codici materiale coreografico, benché disparato».

Altro elemento importante è il rapporto con lo spettatore: penso a 10 miniballetti, all’inizio del quale lei si muove tra il pubblico, o ad Amleto, dove gli spettatori sono chiamati a conferire il titolo di Amleto a uno dei quattro candidati che prendono parte alla performance. Qual è, dunque, il ruolo dello spettatore?
«Lo spettatore è un elemento fondamentale, è a tutti gli effetti un soggetto attivo, è chiamato a farsi delle domande, a condizionare la scena. In 10 miniballetti, per esempio, c’è un contatto ravvicinato. In altri casi la dimensione è interattiva, ma anche in una situazione contemplativa vorrei che lo spettacolo fosse come uno specchio, una lente di ingrandimento su chi guarda. La stessa dimensione “dal vivo” implica la possibilità che ti succeda qualcosa, qualcosa di pericoloso, di coinvolgente. Allo stesso tempo, lo spettatore influisce sempre sulla performance, anche quando non sta compiendo fisicamente un’azione. È un canale aperto, permeabile tra scena e platea».

Con Sylphidarium. Maria Taglioni on the ground si è approcciata a uno dei balletti più rappresentativi del periodo romantico, La Sylphide, con uno sguardo scientifico, entomologico, lavorando sul parallelismo tra la silfide come ballerina e la silfide come insetto. Da dove è nata l’ispirazione per questo lavoro?
«Ho giocato sulle parole e sull’idea del corpo della ballerina classica, che è cristallizzato in un modello, in un insieme di caratteristiche, in particolare legate alla qualità del movimento, alla forma idealizzata del corpo e ai movimenti controllati, che sono proprie anche degli insetti. L’idea, dunque, era di indagare il corpo della ballerina come specie a sé ma anche di affrontare un balletto antico, andare a “nutrirsi” della tradizione – esattamente come i silfidi (insetti) si nutrono delle carogne – con ironia e allo stesso tempo con rispetto. In più, Charles Nodier, autore del romanzo Trilby ou Le Lutin d’Argail, cui s’ispira La Sylphide, era un entomologo, quindi in qualche modo questo sguardo, questo punto di vista era già presente».

Recentemente ha collaborato con il Balletto di Roma per cui ha creato Bolero, uno dei brani del trittico coreografico che comprende anche le creazioni di Giorgia Nardin e Chiara Frigo. Come è stato lavorare con i danzatori del Balletto di Roma?
«È stata una collaborazione bellissima. Pensavo ci sarebbe stata resistenza, visto che il mio linguaggio è diverso dal loro, invece devo dire che ci siamo divertiti moltissimo. Come ho già detto, io lavoro con danzatori, adolescenti, circensi, cerco di non dare mai nulla per scontato del loro bagaglio. Così ho fatto anche con i danzatori del Balletto di Roma: sono partita dai loro corpi, dalle loro abilità specifiche, per lavorare sulla verità e anche sulla dimensione attoriale. Era un terreno nuovo, che ha richiesto grande sensibilità e in cui si sono esposti con grande generosità».

Nel 2017 CollettivO CineticO celebra i dieci anni dalla sua fondazione e lo fa anche attraverso una nuova produzione, Benvenuto Umano, che ha debuttato a Ferrara lo scorso ottobre: sintesi del percorso compiuto fin qui o punto di partenza per nuovi sviluppi?
«Benvenuto Umano tira le fila sui primi dieci anni di CollettivO CineticO, tra l’altro chiude un progetto decennale. Diciamo che in questo lavoro tornano visivamente quesiti, elementi che si incontrano in altri spettacoli ma con un diverso approccio all’ingranaggio della drammaturgia. A partire da qui, ora vorrei riprendere ricerche lasciate in sospeso, cui non ho avuto la possibilità di dedicare tempo. Sono temi legati alla visione metodologica, alla didattica, all’analisi del movimento e al rapporto tra corpo e immagine. Rimane sempre, poi, la ricerca di metodi che permettano di far emergere il materiale coreografico, la ricchezza racchiusa nei corpi anche di danzatori non professionisti, per portarli sulla scena».