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Giovanna Belloni

Conversazione intorno a Kintsugi

Giovedì 1 marzo il Teatro dell’Arte di Milano ospita Kintsugi, spettacolo di Giovanna Belloni ispirato all’arte giapponese di “riparare con l’oro” il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza. Ne abbiamo parlato con la coreografa

24 Feb
2018
09:30
  • Kintsugi di Giovanna Belloni © Juri Gey Ronzoni
    Kintsugi di Giovanna Belloni © Juri Gey Ronzoni
  • La tecnica giapponese del Kintsugi
    La tecnica giapponese del Kintsugi
  • Daniele Ziglioli
    Daniele Ziglioli
  • Dalle ferite nascono nuove perfezioni
    Dalle ferite nascono nuove perfezioni
  • Giovanna Belloni © Juri Gey Ronzoni
    Giovanna Belloni © Juri Gey Ronzoni
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“La ferita è il luogo in cui la luce entra in te”, scriveva il grande poeta persiano Rumi. Un’idea condivisa da larga parte del pensiero orientale e che trova nella tecnica giapponese del Kintsugi la sua massima espressione artistica. Letteralmente “riparare con l’oro”, quest’arte giapponese consiste nell’utilizzo di oro liquido per la riparazione di oggetti in ceramica, saldandone assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere oggetti unici, poiché ogni ceramica riparata presenta un intreccio di linee irripetibile.

Proprio dall’idea che una ferita, una debolezza, possa dare vita a qualcosa di prezioso nasce Kintsugi, spettacolo di Giovanna Belloni in scena al Teatro dell’Arte della Triennale di Milano giovedì 1 marzo alle ore 20.00, il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza. È la stessa coreografa a raccontarci l’ispirazione che sta dietro a questa creazione: «Avevo letto un articolo qualche anno fa di questo Kintsugi e mi aveva molto colpito. Nel momento in cui sono arrivata al bisogno, all’urgenza di fare qualcosa di mio, di usare la mia esperienza come danzatrice per creare un progetto mio, mi è tornata alla mente questa cosa. Nella mia vita, oltre la danza c’è molta spinta verso il sociale, con mio marito seguiamo diverse associazioni: questo argomento, dunque, toccava un po’ tutto. Nessuno di noi è immune al dolore, ai traumi. La mia migliore amica è morta di cancro, ho amiche che hanno perso i figli, più passa il tempo più queste cose le vedi capitare, capitano a te. Allo stesso tempo io amo la danza, per me la danza è un modo di esprimermi: volevo non solo danzare, fare qualcosa di esteticamente bello, ma far passare un messaggio. Nella mia formazione, dagli anni Ottanta, sono passata attraverso il Jazz, il modern, fino ad approdare alla danza contemporanea e al teatro danza. Il teatro danza è molto più “racconto”. Uso la danza contemporanea con un’impronta più teatrale, c’è una contaminazione».

Quali sono i temi affrontati?
«Nello spettacolo parlo di quello che conosco io, secondo me la cosa più vera, onesta è parlare di ciò che si conosce veramente. In particolare parlo di Alzheimer, visto dalla parte di chi ha l’onere di assistere queste persone, di doverle seguire, di vederle perdersi, perché l’ho vissuto con mio papà. E poi parlo del cuore, perché ho subito un’operazione al cuore, si pensava addirittura a una malattia cardiaca degenerativa, pensavo che non avrei più potuto danzare e che questa malattia avrebbe potuto portarmi alla fine. Per fortuna non è stato così: oggi continuo a danzare, faccio una vita normale. Io parlo di questi due argomenti, poi ho coinvolto un altro coreografo molto bravo, Daniele Ziglioli, che si occupa di uno dei tre quadri dello spettacolo e parla di bullismo, emarginazione, aspetti che purtroppo ha vissuto nella sua giovinezza».

Il ricavato della serata sarà devoluto a due associazioni. Ce ne parla?
«La prima è il CAF, un’associazione che seguiamo molto da vicino e che accoglie i bambini che il tribunale toglie alle famiglie perché vittime di abusi, violenze. Poi c’è “Il paese ritrovato” della cooperativa La Meridiana, un nuovo progetto per le persone malate di Alzheimer: è un villaggio costruito apposta per far vivere i malati in modo normale, ma protetti e seguiti. Possono, per esempio, andare in banca, anche se si tratta di una finta banca. Tutto è ricostruito affinché possano fare una vita normale, finta ma per loro vera, e questo permette loro di essere più sereni. Hanno bisogno di meno farmaci, perché sono meno portati alla rabbia, all’ira, alla depressione. Pare addirittura che la malattia progredisca più lentamente. Anche i rapporti con i familiari sono più sereni, perché ci si può concentrare sugli affetti e non sulla malattia. Questo nuovo progetto ci aveva particolarmente colpito».

L’idea che dall’imperfezione possa nascere qualcosa di straordinario è molto distante dalla concezione occidentale di perfezione...
«Ognuno ha le proprie cicatrici, interiori o esteriori, che sono preziose perché raccontano di noi e ci hanno resi più forti. In questo senso c’è una forte dicotomia tra pensiero orientale e occidentale: in Occidente, se si rompe il manico di una tazzina, cerchiamo la colla più trasparente possibile in modo che non si veda nulla. In Giappone l’oggetto si riaggiusta facendo colare l’oro nelle crepe in modo che diventi una nuova versione di quell’oggetto, una versione assolutamente unica, perché non esiste un oggetto uguale in tutto il mondo. Diventa anche più prezioso per la presenza dell’oro e per il tempo che uno ha speso per rimettere insieme i pezzi. La stessa filosofia si può applicare alle persone: vedere le rughe come crepe, dare più valore alle persone anziane, per certi versi più fragili ma preziose per il loro vissuto, per le esperienze che possono comunicare. Invece noi tendiamo a nascondere gli anziani, a emarginarli. Nascondiamo le rughe e le imperfezioni con il botox. Ciascuno di noi, invece, è unico con le proprie imperfezioni».

Che cosa ha significato trasporre in danza questi concetti?
«Innanzitutto si è trattato di far capire ai ballerini il tema, le sensazioni, diciamo anche le sensazioni che devono provare per fare dei movimenti che comunichino una determinata emozione. Nella mia danza, il movimento parte da un messaggio, da un’emozione che si vuole comunicare. Il movimento parte da dentro. Per esempio, c’è un momento in cui tre ballerine impersonano tre emozioni differenti, la ricerca del movimento parte dalla necessità di comunicare quelle emozioni. In un altro momento io sono la persona che ha il papà malato, devo far capire la mia difficoltà a comunicare con lui. È una danza che parla, che comunica. E questo va ricercato sempre con i ballerini, attraverso input miei e attraverso la ricerca del ballerino che deve trovare dentro di sé quello che io voglio comunicare. Anche perché ognuno di noi ha la sua gestualità. È difficile scegliere i ballerini ma nel momento in cui scelgo un danzatore, conosco le sue caratteristiche, le sue debolezze. Magari chiedo a un ballerino di fare una cosa che so essere quella che gli viene peggio, portandolo a esplorare quella zona in cui ha difficoltà. Per esempio, la ballerina che doveva fare la rabbia la tratteneva, le ho chiesto di buttarla fuori. È un lavoro intimo».

I danzatori, dunque, hanno vissuto in prima persona il concetto che sta alla base dello spettacolo...
«Sì, per esempio c’è una ballerina che ha la nonna malata di Alzheimer e mi ha dato input molto interessanti. C’è davvero molta interazione tra me e i ballerini».

Ci sarà anche un’interazione con alcune sculture...
«Ci sono tre sculture molto belle, realizzate da Giovanna La Falce, sono delle sottovesti che sono state irrigidite, quasi incartapecorite, attraverso l’uso di vari materiali. Questo indumento molto intimo, che sta sulla pelle, che quasi fa vedere tutto di noi, diventa rigido, rattrappito a significare la chiusura, l’irrigidimento che a volte mettiamo in atto. Chiudiamo il cuore, non vogliamo sentire, ci nascondiamo, ci facciamo scudo dal resto del mondo per non soffrire».

Uno spettacolo, dunque, che ci porta a riflettere su tematiche diverse e profonde. C’è un messaggio, su tutti, che vorrebbe trasmettere al pubblico?
«A me piacerebbe che ognuno degli spettatori si sentisse chiamato in causa. “Sta parlando a me, io ho provato quella cosa, mi sono sentito perso nel dolore e poi l’ho superato”. Mi piacerebbe che ognuno si sentisse un po’ coinvolto, che trovasse un pezzettino di sé nello spettacolo».

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