Jacopo Godani

BOLSHOI BALLET ACADEMY
  • La Dresden Frankfurt Dance Company in Al di là © Rahi Rezvani
    La Dresden Frankfurt Dance Company in Al di là © Rahi Rezvani
  • High Breed © Rahi Rezvani
    High Breed © Rahi Rezvani
  • Metamorphers, lavoro di Godani su musiche di Béla Bartók © Rahi Rezvani
    Metamorphers, lavoro di Godani su musiche di Béla Bartók © Rahi Rezvani
  • Moto Perpetuo © Rahi Rezvani
    Moto Perpetuo © Rahi Rezvani
  • Postgenoma © Rahi Rezvani
    Postgenoma © Rahi Rezvani

Jacopo Godani

Tecnica, virtuosismo, sudore

Direttore artistico della Dresden Frankfurt Dance Company, l’italiano Jacopo Godani ricerca una danza intelligente e molto “fisica” che rifugge le etichette avanguardistiche

Articolo inviato da: Elisabetta il 10/05/2018 - 09:00

Dalla stagione 2015/2016, Jacopo Godani è alla guida della Dresden Frankfurt Dance Company, compagnia nata dalla Forsythe Company, ex Ballett Frankfurt. A Francoforte e Dresda, dunque, per molti anni la danza è stata profondamente legata al nome del coreografo statunitense William Forsythe. Godani, a lungo danzatore di Forsythe ma da sempre coreografo, ha voluto portare nella compagnia una nuova idea di danza, una danza «sanguigna e sensuale», molto fisica, capace di esaltare le doti tecniche e l’intelligenza dei suoi danzatori. E i risultati non si sono fatti attendere: riconosciuta come una delle compagnie più importanti della scena internazionale, la Dresden Frankfurt Dance Company è non solo molto amata dal suo pubblico ma richiesta da teatri e festival in giro per il mondo. Il 22 e 23 giugno aprirà l’edizione 2018 del Montpellier Danse, importante festival di danza, mentre è in preparazione una nuova versione della coreografia Extinction of a Minor Species, firmata da Godani, che debutterà l’8 giugno a Francoforte.

Jacopo, dal 2015 sei direttore artistico della Dresden Frankfurt Dance Company. Quali erano le tue aspettative quando sei arrivato e puoi già fare un bilancio di questi tre anni?
«È stato un uragano vero e proprio. L’idea per me è sempre stata quella di stabilire un codice di comunicazione con il pubblico che facesse capire che la nostra è una compagnia che balla, una compagnia che si avvale di un certo tipo di “strumenti di battaglia”, di tecnica, di virtuosismo, di capacità fisiche e intellettuali. Volevo portare in scena un tipo di lavoro che rispecchiasse questa filosofia. È stato importante, secondo me, insistere in maniera radicale. È stata dura all’inizio ma i progressi sono arrivati molto velocemente, perché, nel giro di due stagioni e mezzo, non solo abbiamo raggiunto un certo livello tecnico, fisico e artistico da parte dei ballerini ma abbiamo anche ricevuto molto sostegno da parte del pubblico.
Siamo già considerati come una delle compagnie che bisogna assolutamente vedere, per la seconda volta apriamo il festival di Montpellier, che è uno dei più importanti al mondo per la danza. Abbiamo appena ballato al Teatro Real a Madrid, che è come dire ballare alla Scala. Quindi, abbiamo raggiunto molto velocemente e in modo molto radicale il livello cui volevamo arrivare».

La compagnia ha sede a Dresda e Francoforte: è difficile avere a che fare con due città diverse?
«Non è difficile, più che altro fisicamente è molto estenuante, dobbiamo provare molto. Diciamo che giocare in casa non è semplice. Però sta andando molto bene, abbiamo allargato la tribuna a Francoforte perché il pubblico è sempre più numeroso, facciamo tutte le sere sold out, tante persone vengono anche se non hanno il biglietto perché sperano sempre che qualcuno rinunci.
Siamo riusciti a creare un fenomeno sociale: non mi sarei mai aspettato risultati così concreti e radicali in due anni».

Come descriveresti la tua danza e che direzione hai voluto imprimere alla compagnia?
«Quello che mi interessava non era fare una compagnia che avesse l’etichetta di “avant-garde”, anche perché nell’avant-garde c’è poca danza. Io sono bravo a coreografare e a far ballare la gente. Non voglio far smettere di ballare la gente solo per potermi guadagnare un’etichetta di pseudo-avanguardista. A me interessa veder ballare, mi interessa vedere la gente sudare. È quello che piace al pubblico, è per questo che ci hanno valorizzato. In questi ultimi venti anni la danza chiamata contemporanea ha preso questo filone di “non-danza”: il pubblico è molto frustrato. Alla gente piace la danza sanguigna e sensuale. Appena hanno capito qual era il nostro lavoro, abbiamo riguadagnato moltissimo pubblico. Anche in tournée il pubblico ci apprezza. Abbiamo appena ballato a Reggio Emilia e, dopo lo spettacolo, abbiamo riaperto il sipario e c’era ancora tanta gente in platea. Sono venuti sotto il palco a chiedere gli autografi ai ballerini, a chiacchierare. Io faccio un tipo di ricerca che tende a voler sviluppare un modus operandi cerebrale molto sofisticato, che punti sull’intelligenza e non sul conflitto con il corpo per riuscire a fare le cose. L’obiettivo è trovare soluzioni intelligenti e facili».

Come si svolge il lavoro in sala? Parti già da un’idea ben precisa di quello che vuoi, c’è confronto con i danzatori?
«Considerando quanto ho appena detto, certamente c’è dialogo. Anzi, è un dialogo molto profondo, c’è una relazione molto forte di rispetto, di scambio di idee. Io sono una sorta di “metro”, do loro quella visione esterna di cui hanno bisogno per migliorarsi».

Ci sono figure che hanno ispirato o ispirano il tuo lavoro?
«Naturalmente sono cresciuto con William Forsythe, però sono entrato nella compagnia già come coreografo, nel senso che Forsythe lavorava molto con il materiale coreografico dei suoi danzatori. Nei dieci anni che ho trascorso nella compagnia, ho sempre ballato materiale coreografato da me. Avevo già una mia compagnia a Bruxelles, prima di arrivare da Forsythe. Io credo che ci si alimenti gli uni gli altri, in tutto e per tutto. C’è ispirazione ovunque ma credo che siamo anche noi a ispirare gli altri».

La compagnia organizza anche workshop, prove aperte, incontri con il pubblico. Come sono accolte queste iniziative? Credi sia importante ridurre ulteriormente la distanza tra la compagnia e il pubblico?
«Sì, ci vorrebbe quasi una presenza quotidiana. Anche se, facendo un workshop non si riesce mai ad avere veramente il senso di quello che è il lavoro professionale, perché è talmente complesso. Però è importante stabilire una relazione sana e generosa con il pubblico, che non sia solo a livello di spettacolo».

Che spazio ha la danza in Germania?
«Diciamo che in Germania la danza c’è, a differenza di quanto accade nel nostro Paese. Ogni città, ogni realtà ha la sua compagnia. Addirittura oggi ce n’è meno di quanta ce ne fosse in passato, negli anni Ottanta c’è stata un’esplosione. Ma la danza qui ha un ruolo molto importante».

C’è una compagnia, che non sia la tua, con cui ti piacerebbe creare?
«In passato ho lavorato con diverse compagnie, ora sinceramente sono contento di avere il mio gruppo di ballerini che mi conoscono, sanno quello che voglio. Sto bene qui».