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Massimiliano Volpini

“Il pubblico ha bisogno di storie”

E quale storia ha affascinato il pubblico più di quella di Clara e del suo principe Schiaccianoci? Il grande classico di Tchaikovsky torna in una nuova versione, quella di Massimiliano Volpini per il Balletto di Roma. Abbiamo intervistato il coreografo

15 Dic
2017
17:02
  • Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
    Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
  • Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
    Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
  • Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
    Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
  • Alcune immagini de Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini con il Balletto di Roma
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Una struttura drammaturgica-musicale perfetta, cui sono stati tolti gli elementi più leziosi e stucchevoli. Una scenografia e una coreografia di grande impatto, capaci di far sognare grandi e piccoli. Così Massimiliano Volpini descrive Lo Schiaccianoci, nella versione firmata per il Balletto di Roma, che ci accompagnerà con una lunga tournée durante tutto il periodo natalizio e oltre. Dalla sfarzosa casa borghese, la vicenda di Clara si sposta in un’immaginaria periferia urbana, a ridosso di un alto muro, dove abita un gruppo di ragazzi: da qui scaturisce il susseguirsi di eventi. Abbiamo chiesto a Massimiliano Volpini di raccontarci qualcosa di più di questo suo ultimo lavoro.

Massimiliano, da dove nasce l’ispirazione per questo suo Schiaccianoci?
«Premesso che io adoro Lo Schiaccianoci sia a livello musicale sia per la struttura drammaturgica che trovo, rispetto ad altri balletti di Tchaikovsky, molto efficace, compatta. Non che gli altri non siano belli ma sono più complessi. Lo Schiaccianoci, invece, ha una struttura musicale perfetta. Allo stesso tempo non sopporto gli aspetti un po’ stucchevoli, manieristici, soprattutto del primo atto, tutto ciò che è natalizio, i regali, i fiocchetti... Dovevo assolutamente trovare una situazione che fosse all’opposto: la prima cosa che ho pensato di fare è stata spostare la vicenda in strada, non in una bella casa borghese ma in una periferia, con ragazzi che vivono lì, fanno il loro Natale lì. Questo primo spunto ha condizionato tutto il resto: questi ragazzi chi sono, cosa fanno? Questi ragazzi vivono al di qua di un muro, quindi si presume che ci sia la città dall’altra parte, il centro, la parte ricca. Vivono ai margini, vivono di quello che la città butta via, di cose riciclate, anche il loro albero di Natale è fatto di bottiglie di plastica. Comunque non volevo che ci fosse tristezza, un po’ d’inquietudine sì ma non tristezza perché questi ragazzi vogliono vivere il loro Natale. Fanno l’albero, si divertono, a un certo punto qualcuno ruba alcuni cappotti di signori e loro li usano per fare la loro festa, la loro danza degli invitati».

Poi però...
«Poi però arrivano i topi, che sono come una sorta di guardiani, devono sorvegliare la parte buona, vogliono cacciare i ragazzi. La battaglia sarà una lotta per il territorio. Da lì nasce tutta la parte onirica che assolutamente deve rimanere intatta. Il viaggio onirico, fantastico di Clara deve rimanere puro. La protagonista assoluta resta Clara che fa un percorso di fantasia, ma anche di crescita. Questo c’è e ci deve essere in tutte le versioni».

Ha mantenuto intatta la partitura di Tchaikovsky?
«Ho tolto solo pochissimi passaggi non necessari alla mia drammaturgia, qualcosa nel primo atto, nel secondo atto ho tolto le variazioni e la coda dei protagonisti, che è pura parte virtuosistica, non ha altra funzione se non quella di mostrare la tecnica dei ballerini, quindi non era necessaria da un punto di vista narrativo. Per il resto ho tenuto tutto nell’ordine giusto, ho inserito solo alcuni interventi sonori, per esempio quando entra in scena il Re dei topi, giusto per creare una rottura. Sono stato rispettosissimo della partitura perché è davvero una colonna portante, ben fatta, sarebbe un peccato toccarla. È una partitura talmente ricca d’invenzioni musicali che sono rimaste nella storia, dal Valzer dei Fiori alla danza della Fata Confetto. Tutti le conosciamo, sarebbe un peccato non approfittare di questo supporto fantastico. Inoltre, il mio tipo di lavoro è sempre molto musicale, dietro e dentro la musica, per cui c’è un percorso coerente con la partitura originale. Da lì ci sono molti modi per dare un tocco originale, senza bisogno di stravolgere la musica. La musica è lì in tutto il suo splendore».

Quindi c’è ancora spazio per dare il proprio tocco originale a un balletto come Lo Schiaccianoci, forse uno dei più rappresentati e rivisitati?
«C’è sempre spazio, non mi sono spaventato. Non ho mai cercato di fare una cosa assolutamente originale che nessun altro avesse mai fatto. L’importante per me è che sia un lavoro sincero, che rispetti il mio mondo, il mio modo di fare e di narrare. Quando un lavoro ha una sua identità, una sua personalità e sincerità, è in ogni caso un lavoro originale. Ciò non significa che debba essere per forza nuovo o diverso dagli altri. Dal punto di vista tecnico e stilistico oggi è veramente difficile inventare cose nuove e forse non è nemmeno necessario. Secondo me ciò che è importante oggi è cercare nuove formule narrative. Il pubblico, oggi più che mai, ha bisogno di storie: non a caso anche i coreografi più contemporanei mettono in scena i grandi titoli, che sono quelli che portano il pubblico in teatro. Però bisogna farlo attraverso nuove modalità. Quello che si può fare, anche utilizzando le nuove tecnologie, è trovare nuove formule per raccontare».

Ha citato le nuove tecnologie, con cui lei si è già confrontato in passato. C’è la tecnologia anche in questo Schiaccianoci?
«Sì, ci sono alcune videoproiezioni ma il loro uso è molto calibrato. Si tratta di un paio di interventi assolutamente cruciali nel racconto ma allo stesso tempo non invadenti, non spettacolari. La tecnologia, in questo caso, non cerca l’effetto ma si inserisce all’interno della storia in modo molto organico. Per me, la tecnologia deve essere funzionale, deve lasciare un’idea, un messaggio».

Scene e costumi sono di Erika Carretta, c’è un muro che segna il confine tra la periferia e il mondo al di là, ci sono costumi realizzati con materiali riciclati o di scarto...
«Il lavoro fatto da Erika è fantastico perché c’è tutto, c’è il riciclo, c’è la periferia, però allo stesso tempo l’aspetto felice, colorato e fantastico è intatto. Anche un bambino che vede lo spettacolo rimane affascinato da questo mondo. E in più c’è questo muro che ha una sua vita, è un muro ma diventa anche albero, si apre come un portale verso la città. È un elemento molto semplice ma di grande impatti visivo ed emozionale. I costumi sono ricchi di fantasia, di invenzioni. C’è un colpo d’occhio spettacolare, un impatto immediato, anche se poi lo spettatore può scendere nei dettagli. Diciamo che è uno spettacolo a più livelli».

Il muro e i costumi realizzati con materiali riciclati evocano temi diversi, da quello ecologico a quello delle migrazioni, fino alla presenza di muri che creano divisioni e contrasti sociali...
«C’è anche il problema di chi decide di partire, di affrontare il viaggio: il principe Schiaccianoci, che in realtà non è un principe, è semplicemente un ragazzo che già nel prologo tenta la fuga verso una nuova vita e poi ritornerà per aiutare i ragazzi nella battaglia e salvare Clara. E alla fine li vediamo scappare insieme verso una nuova vita. C’è il discorso di chi decide di abbandonare tutto per affrontare un destino ignoto. Ci sono tanti messaggi dentro questo balletto ma abbiamo cercato di renderli universali, di non collocarli in un’epoca precisa. È facile oggi parlare dei migranti, dei muri. Però sono anche temi più universali, abbiamo cercato di stare all’essenza del messaggio. Per esempio nel Valzer dei Fiori, Clara balla con il Re dei topi, tutti sono mischiati, c’è spazio per tutti, nessuno ha più paura di nessuno. È un messaggio di ottimismo e alla fine Clara decide di partire e affrontare il suo destino con determinazione».

Drosselmeyer è sempre stata, forse, una delle figure più enigmatiche dello Schiaccianoci: chi è il suo Drosselmeyer?
«È una figura pulita, solo all’inizio sembra un po’ enigmatico perché è l’unico che vede il ragazzo fuggire e tenta di fermarlo, ma poi lo lascia andare. È probabilmente l’unico che sa cosa ci sia di là dal muro. Vive con i ragazzi, è un po’ il loro tutore, li sgrida quando vede che hanno rubato i cappotti, si prende cura di loro, li guida nella battaglia».

Come è stato lavorare con i danzatori del Balletto di Roma?
«È una compagnia che conosco da tempo ma è la prima volta che lavoro con loro. Sono molto bravi, sono pronti a tutto, hanno un bagaglio enorme perché fanno lavori molto diversi tra loro, portano i loro spettacoli in giro ovunque, sono smart. Sono veloci e pieni di entusiasmo».

Da danzatore, c’è una versione dello Schiaccianoci che ha particolarmente amato?
«Sicuramente la versione di Nureyev, quella che abbiamo fatto in Scala fino a qualche anno fa e che ho sempre ballato, è molto bella. Forse il suo lavoro più riuscito come coreografo. Anche quella è una lettura molto interessante, psicologica, ben costruita. In più l’ho ballata con grande soddisfazione».

Lo Schiaccianoci di Massimiliano Volpini prosegue la sua tournée con il Balletto di Roma, toccando diversi teatri in tutta Italia. Ecco le prossime date:
15 dicembre 2017 – Carpi, Teatro Comunale
16 dicembre 2017 – Bologna, Teatro Duse
19 dicembre 2017 – Vignola, Teatro Fabbri
20 dicembre 2017 – Piombino, Teatro Metropolitan
21 dicembre 2017 – Massa, Teatro Guglielmi
22 dicembre 2017 – La Spezia, Teatro Civico
30/31 dicembre 2017 – 01/02 gennaio 2018 – Milano, Teatro Carcano
05/06 gennaio 2018 – Cesena, Teatro Bonci
10 gennaio 2018 – Paulilatino, Teatro Grazia Deledda
11 gennaio 2018 – Tempio Pausania, Teatro del Carmine
12 gennaio 2018 – San Gavino Monreale, Teatro Comunale
13 gennaio 2018 – Carbonia, Teatro Centrale
14 gennaio 2018 – Alghero, Teatro Civico
19 gennaio 2018 – Padova, Teatro Verdi

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