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Simona Bertozzi

Il corpo e le sue possibilità di evocazione

In occasione del focus che MilanOltre Festival le dedica dal 5 al 14 ottobre, la coreografa Simona Bertozzi ci parla dei temi e delle suggestioni che animano il suo percorso di ricerca

4 Ott
2018
08:50
  • And it burns burns burns di Simona Bertozzi © Luca Del Pia
    And it burns burns burns di Simona Bertozzi © Luca Del Pia
  • And it burns burns burns di Simona Bertozzi © Luca Del Pia
    And it burns burns burns di Simona Bertozzi © Luca Del Pia
  • Simona Bertozzi e Francesco Giomi in Anatomia © Dario Bonazza
    Simona Bertozzi e Francesco Giomi in Anatomia © Dario Bonazza
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La 32esima edizione di MilanOltre, che ha preso il via il 27 settembre al Teatro Elfo Puccini, dedica un focus alla coreografa e danzatrice Simona Bertozzi, aprendo una finestra sul suo percorso creativo e di ricerca attraverso tre lavori «vivissimi nel nostro repertorio di compagnia e nel nostro pensiero poetico ma già con una loro collocazione», sottolinea la coreografa, fondatrice della Compagnia Simona Bertozzi / Nexus e, da quest’anno, Artista Italiana Associata a MilanOltre.

In scena, Prometeo: Architettura – Milano (5, 6 e 7 ottobre) e And it burns burns burns (13 ottobre), entrambi quadri del progetto Prometeo, e Anatomia (14 ottobre): un lungo focus che da un lato permette di «stratificare nel tempo un dialogo, dà valore e gratifica rispetto alla difficoltà di portare avanti un lavoro di questo tipo» e dall’altro permette al pubblico di immergersi nel linguaggio e nella poetica che animano il percorso di Simona Bertozzi. In attesa del debutto al festival, la coreografa ci ha raccontato quali temi e suggestioni attraversano questi tre lavori.

Simona, due dei lavori presenti a MilanOltre, Prometeo: Architettura e And it burns burns burns, sono parte del più ampio progetto Prometeo. Ci racconti come è nato questo progetto e in che modo il mito di Prometeo “entra” nei sei quadri che lo compongono?
«Progetto Prometeo è un lavoro biennale che ho sviluppato nel 2015 e 2016 ed è strutturato in sei quadri coreografici distinti che contengono una riflessione sul mito di Prometeo non dal punto di vista filologico – quindi non c’è una narrazione del mito nel senso descrittivo del termine – ma una riflessione sulla techné, sul “saper fare”, che è un po’ questo dono acquisito e portato da Prometeo, ragionato in una dimensione di contemporaneità come costruzione di alfabeti di socializzazione attraverso il linguaggio del corpo, che è creato e rimesso in discussione, elaborato dentro i singoli quadri. Un po’ come la figura di Prometeo che dà, propone, permette con il suo dono di elaborare un linguaggio, un saper fare, e al contempo è un sovvertitore, ribelle, trickster, che mette in discussione l’ordine costituito.
Questo è l’aspetto del Prometeo che mi ha maggiormente suggestionato: il fatto che attraverso il saper fare, soprattutto il saper fare del corpo, si possa trovare ogni volta questo tipo di organizzazione grammaticale e coreografica in situazioni e luoghi diversi dal punto di vista delle presenze. Perché i sei quadri di Prometeo poggiano su gruppi diversi per esperienza, provenienza, esigenza di attenzione e dialogo con il movimento. Nei sei quadri si sono ritrovati al lavoro danzatori di diverse età ma anche collaboratori, adolescenti. C’è anche la proiezione delle età dentro questa costruzione di alfabeti di socializzazione: anche questo in fondo ci arriva dal mito, cioè il fatto che potendo destreggiarsi con un saper fare, con una techné, costruiamo esercizi di socialità».

Parliamo di Prometeo: Architettura, un quadro “itinerante” che vede la presenza in scena di un gruppo di adolescenti...
«Prometeo: Architettura è il quadro che precede quello finale ed è quello che mantiene una dimensione più aperta, nomade. È stato fatto in Puglia, in Sicilia, a Ravenna e a Bologna e ora approda a Milano. Il quadro contiene una serie di parole chiave, elementi preesistenti, sezioni coreografiche che trovano una loro attualizzazione perché cambia il numero e la presenza degli interpreti, dei corpi al lavoro. In questo caso, abbiamo radunato un gruppo di dodici giovanissime, dai dieci ai sedici anni, e con loro, in queste sei giornate di prove, sto cercando di attualizzare i parametri di Prometeo: Architettura, i parametri di questa architettura di corpi in crescita, appoggiandomi il più possibile su quello che queste giovanissime danzatrici – ma prima ancora personalità in crescita – mi stanno suggerendo dentro alla dimensione della techné, di questi elementi di costruzione di un territorio, di una comunicazione, di un habitat che loro acquisiscono. Naturalmente c’è una mia direzione ma c’è anche il desiderio di trovare un territorio intermedio tra la mia direzione, il materiale esistente e la loro capacità di incorporarlo e renderlo il più possibile strumento di dialogo tra loro».

Come scegli gli adolescenti con cui lavorare? C’è qualcosa in particolare che ricerchi?
«È sempre complicato scegliere, perché queste selezioni sono molto partecipate. La scelta è legata a esigenze contingenti e organizzative perché se fosse per me il gruppo dovrebbe essere il più ampio ed eterogeneo possibile. Anche rappresentativo delle diverse esigenze, proprio perché si parla di corpi in crescita, di personalità fragili e potenti allo stesso tempo. Cerco di scegliere chi, più velocemente, riesce a darmi la sensazione di una capacità di ascolto e di dialogo con il gruppo.
Poi è importante che ci sia un’attitudine a un certo tipo di percorso sul movimento, ma mi interessa molto di più la ricettività dal punto di vista del dialogo e dell’ascolto degli altri, la capacità di saper cambiare il proprio movimento grazie all’ascolto degli altri. Del resto si tratta di una creazione che cerca la coralità, in questo senso Architettura diventa multiforme. Prometeo è il mito della multiformità. È sostanziale che questo accada anche in queste architetture, con le fragilità necessarie: cerco di non avere timore degli elementi palesemente deboli e non del tutto strutturati, perché anche questo è uno spazio da lasciar vibrare. E poi c’è una percentuale altissima di non prevedibilità che è legata al modo in cui, una volta in scena, gli adolescenti gestiranno l’emozione e la presenza del pubblico. Il nomadismo di questo quadro è tale anche in virtù di questa percentuale di non prevedibilità che lo rende assolutamente significativo nella mia riflessione generale sul Prometeo».

Veniamo al quadro finale del progetto Prometeo...
«In And it burns burn burns, l’ultimo quadro, si ripresentano questioni aperte, ci sono presenze che hanno abitato gli altri quadri, si condensa una materia citata o evocata in altri quadri che, però, trova una costruzione coreografica totalmente diversa. Chi ha visto i quadri precedenti trova qualcosa di completamente nuovo ma anche richiami, evocazioni, piccoli sapori, dimensioni dialogiche che tornano e trovano un’ulteriore spinta verso questa possibilità di costruzione di un dialogo.
Cambia anche la dimensione spaziale: questo quadro rompe la cornice del territorio in cui i corpi sono contenuti, prevede una percezione di un orizzonte esterno, evocato ma non risolto, non chiaro nella sostanza e nel sapore, per evocare in qualche modo anche l’orizzonte più oscuro, più temuto rispetto a questa acquisizione della techné, del saper fare. L’acquisizione del saper fare ci porta, infatti, al confronto con elementi della vita che altrimenti non incontreremmo. Nel mito del Prometeo, la possibilità di conoscere e di progredire non è sempre vista in modo positivo perché mette di fronte alla possibilità di conoscere la morte, la conflittualità tra dimensioni culturali. Questo orizzonte più oscuro, che in altri quadri è meno presente, qui affiora in modo più netto. C’è un fuori che le presenze sulla scena avvertono ma che non è ben decifrabile, prevedibile e che non finisce, agisce sempre più in parallelo alla nostra capacità di acquisizione di nuove conoscenze».

In Anatomia, ultimo lavoro ospitato a MilanOltre il 14 ottobre, ti vedremo nelle vesti non solo di coreografa ma anche di interprete. Come è nata questa creazione?
«Anatomia è un progetto concepito a tre, c’è stata una condivisione su tutti gli aspetti, da quello concettuale a quello dell’ideazione scenica. Con questo lavoro si consolida la sinergia che da anni porto avanti con Enrico Pitozzi – studioso di arti performative e docente dell’Università IUAV di Venezia, “lume” su tanti aspetti – rispetto a una visione del corpo nella sua totalità e apertura verso altre visioni, scientifiche e filosofiche. In questo lavoro si parla di una dimensione ampia della coreografia come atmosfera, come elemento contenuto in un dialogo più ampio con il suono, il vibrare luminoso. È qui entra in gioco Francesco Giomi – direttore artistico di Tempo Reale, Centro di musica sperimentale italiana fondato da Luciano Berio – che lavora su questa dimensione molto fisica del rapporto tra movimento e suono.
Come primo approccio Francesco mi invia delle “molecole”, delle tessiture sonore che io cerco di immaginare in un dialogo totalmente fisico e poi lentamente, nel momento in cui i miei processi di ingresso nel movimento diventano più ampi e articolati, Francesco lavora all’approfondimento delle micro tessiture sonore. Finché ci siamo trovati a lavorare a gomito a gomito, condividendo fisicamente spazio e crescita del lavoro fino ad arrivare alla sua struttura finale, naturalmente sempre con le visioni esterne di Enrico, di riorganizzazione della struttura.
A un certo punto, l’ingresso di una giovanissima guest, Matilde, riesce a tendere ulteriormente questa epidermide anatomica di cui si parla nel lavoro in una modalità illimitata: come illimitata è l’anatomia così possiamo tendere il nostro organo più esteso, l’epidermide, immaginando che altri corpi possano ricevere un’informazione di movimento e trasformarlo. E qui c’è un momento dello spettacolo in cui questa filiazione anatomica risplende nel lavoro di questa giovanissima danzatrice».

Sono passati dieci anni dalla fondazione della tua compagnia: come hai vissuto questi anni, è stato difficile sviluppare un percorso personale, autonomo, che potesse trovare il giusto spazio nel panorama della danza contemporanea italiana?
«Sono stati dieci anni di ostinazione, di pienezza, di momenti di grande soddisfazione come anche di scoraggiamento, di vuoto, come accade in ogni tipo di percorso che, interessante o meno che sia, non si è appoggiato ad alcun tipo di moda, di richiesta. Questo percorso è stato frutto di una dimensione che mi interessava assolutamente approfondire, che è stata fortemente aiutata da collaborazioni, incontri, a volte anche da discussioni con referenti sostanziali del sistema danza italiano, istituzioni ma anche operatori. Ho cercato di mantenere una mia personale ostinazione e di continuare a perorare un importante aspetto legato alla danza e alla coreografia in generale, cioè quello della comprensione o non comprensione di un lavoro dove il corpo ragiona per evocazione e non per narrazione.
Si sente spesso affermare che la danza contemporanea è difficile da comprendere. Spesso discuto su questo aspetto: non è da capire, è qualcosa che accade al momento e che deve generare una perturbazione, deve muovere qualcosa, deve insinuarsi da qualche parte nell’ambito della percezione dello spettatore. Se non arriva, vuole dire che c’è qualcosa che non va. Se arriva e genera un tumulto, una reazione, quello che doveva fare l’ha fatto. Dopodiché ci saranno scelte che hanno a che fare con i gusti personali.
In questo senso ritengo che ci sia un po’ da riflettere sul fatto che non esista lo stile da seguire o la formula da adottare, esiste una responsabilità della ricerca e della creazione che tiene presente l’esigenza dell’autore, il punto di vista dello spettatore ma soprattutto che pone al centro l’opera, che deve generare una sua possibilità di presenza nel tempo e nello spazio. Sono tre territori che hanno bisogno di esistere e di trovare una loro collocazione, capendo però quali sono i presupposti che appartengono al linguaggio utilizzato. Il linguaggio del corpo e della danza ha una forte capacità di evocazione e questa deve essere tenuta presente ed è stata per me una ragione di approfondimento della mia ricerca. Il corpo ha un valore evocativo e in questo senso può espandere dimensioni percettive nel rapporto con lo spettatore. Questo è ancora un territorio di indagine: un’immersione nel corpo e in quelle che sono le sue molteplici e infinite possibilità di evocazione».

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