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Riflessioni sulla libertà: l’arte di Isadora Duncan

Una rifllessione sulla libertà nella carriera di una danzatrice fondamentale per la storia della danza

18 Mar
2020
15:17
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La libertà. Una condizione tanto indispensabile nella vita artistica e non di Isadora Duncan e oggi una prerogativa tanto agognata, fortemente limitata per un’emergenza che sfugge al controllo dell’uomo. E in questi giorni di reclusione nelle mura domestiche perché non far volare la mente, riecheggiando le avventure straordinarie della pioniera della danza libera?

Isadora Duncan (1877-1927) è figura di capitale importanza tra le personalità operanti nelle arti performative a cavallo tra Ottocento e Novecento. La sua carriera di danzatrice è stata fin dalle origini caratterizzata dalla naturalezza dell’espressione, in contrapposizione alla stretta disciplina della danza accademica. Dopo una brevissima esperienza in una tradizionale scuola di danza, Isadora prende consapevolezza della distanza del suo modo di danzare e di esprimersi, che nulla aveva a che vedere con le ristrettezze dell’accademismo degli insegnamenti tradizionali. 

L’esercizio di una sfrenata libertà e di un grande spirito di iniziativa caratterizza l’artista fin dalla sua giovane età: vivere con la madre, una sorella e due fratelli (tutti artisti) senza denaro l’ha spinta a cercare possibilità di guadagno e sostentamento attraverso quello che le riusciva meglio fare, ossia danzare. 

Partendo dalle lezioni private, che impartiva alle bambine appartenenti ad alcune famiglie facoltose della San Francisco del tempo, fino ad arrivare a New York, senza soldi in tasca ma con una grande voglia di far conoscere la sua danza. Augustin Daly, figura teatrale importante del pieno Ottocento, fu il primo a dare alla Duncan un impiego nel suo teatro, anche se in un ruolo minoritario che non soddisfaceva a pieno l’artista. La sua insoddisfazione la porta ad attraversare l’Oceano Atlantico, in una nave adibita a trasporto bestiame, fino a sbarcare a Londra. Londra, la città della speranza per la famiglia Duncan che spendeva molto tempo nelle sale del British Museum sognando, attraverso le visioni dipinte colte dall’incessante fluire del divenire, mondi e scenari lontani che alimentavano silenziosamente la dinamica della sua danza. Il museo del Louvre a Parigi, le Gallerie degli Uffizi a Firenze sono solo alcuni dei luoghi amati dall’artista; quest’ultimo la affascinò particolarmente con il celeberrimo dipinto esposto della Primavera del Botticelli. Le fanciulle che danzano in cerchio, con un minimo contatto delle mani, vestono delle tuniche morbide e leggere che rimandano agli abiti di scena privilegiati dalla Duncan. La loro danza circolare riecheggia l’armonia delle sfere celesti, secondo la filosofia ficiniana. L’iconografia dell’artista la ritrae in queste vesti ampie che permettono un libero e talvolta amplificato movimento che si collega a una concezione di movimento libero ed essenziale che emerge guardando le immagini che pervengono dal mondo antico, soprattutto dall’antica Grecia. 

La libertà professata dalla Duncan non si articola solamente attraverso i suoi continui spostamenti in giro per il mondo, ma anche attraverso dei dettagli della sua danza meno appariscenti, oltre la conformazione degli abiti indossati. Il suo danzare a piedi nudi causò, al tempo, molto scalpore; si valorizza un nuovo e radicato appoggio della pianta del piede con la terra. Il suo corpo quindi, non appariva con l’aplomb delle comuni danzatrici di danza classica, proiettate in una dimensione di leggerezza verso l’alto, ma rendeva visibile, per la prima volta, l’effetto della gravità sul corpo. La spontaneità dl movimento è necessaria: la sua origine non è data da una componente fisica del corpo ma dall’anima e dalla capacità di sentire, che ognuno possiede in maniera unica. La libertà della sua danza non prevede esclusivamente un flusso ininterrotto di movimento ma anche delle pause, o meglio delle sospensioni, che aiutano ad incrementare l’energia della danzatrice in primis, ma anche del pubblico che la osserva. Questo è testimoniato dal grande Edward Gordon Craig nella descrizione che fornisce della performance a Mosca della danzatrice, sulle note di Chopin.

 

 

 

 

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